Lydia! 2018

Nel 2018 la ricerca della Fondazione esplora i temi legati al femminile quale approccio e modello per scandagliare le complessità del presente.



L’esigenza di sollecitare maggiore consapevolezza sul femminile come possibile metodo di osservazione e di azione nasce dalla volontà di generare nuove competenze sensibili: si tratta di concepire il femminile nei termini di uno sguardo – tutto da capire e da costruire – per avvicinare il quotidiano, accogliendo voci anche marginali e controcorrente, ma sempre rigorose.

Contemplare la possibilità del femminile in una chiave non necessariamente di genere quanto di approccio offre così l’opportunità per un’indagine dubitativa e insieme analitica del mondo, nel tentativo di uscire da una contrapposizione statica e limitante, di vedere non sessi ma persone, con strategie sempre più flessibili ed empatiche.

Del femminile, del resto, intuiamo più facilmente i pesi (i pregiudizi, le stereotipie, le sdolcinature, le banalizzazioni) che il valore: un approccio che si staglia contro lo sfondo di un processo storico-culturale noto, ma progressivamente sempre più propenso a mettersi in discussione.

La carriera artistica di Lydia Silvestri, cui il premio è dedicato, ha attraversato il Novecento. Allieva di Marino Marini, ha poi lavorato con molti dei protagonisti di quella stagione offrendo un contributo originale, attraverso una ricerca radicale ma al tempo stesso morbida.
In un’intervista in cui le si domandava che cosa prevedesse per il futuro delle donne artiste, rispondeva prefigurando una trasformazione possibile, anche se faticosa. Una trasformazione che Il Lazzaretto vuole contribuire a innescare anche sul fronte della percezione comune su ‘chi siamo’ o ‘chi crediamo di essere’. Nelle parole di Lydia, “essendo nonostante tutto ottimista: presto”.


La vincitrice del premio “Lydia!” 2018 è Chiara Enzo.

Lo ha deciso una giuria composta da Adrian Paci, Alessandra Kaufmann, Paola Ugolini, Edoardo Bonaspetti e Damiana Leoni, oltre che dalle curatrici della sezione arti visive del Lazzaretto, Maria Chiara Ciaccheri e Anna Chiara Cimoli.

Chiara Enzo ha presentato un progetto site specific, Claustrale, su cui scrive:

“Il Lazzaretto, luogo di segregazione e contaminazione, di malattia e di cura, è uno spazio cruciale, che espande il senso concettuale e sensibile del mio lavoro, e che mi ha spinto a concepire un progetto in stretta relazione con quel particolare luogo attraverso la costruzione di uno spazio intimo e chiuso entro cui installare immagini tese invece ad aprire e questionare la definizione del sé. Questa nicchia, pensata per poter ospitare una sola persona per volta, è lo spazio della messa a nudo, dove l’intimità favorisce l’apertura e l’espansione del sé […].

Ad essere rappresentato è il corpo vivo nella sua volontà di fare i conti con i propri limiti fisici, e di rifuggire dalle forme imposte dal suo stesso essere individuo caratterizzato, nonché da altre numerose strutture imposte dall’esterno. Per mezzo di un linguaggio che incorpora disegno, pittura ed elementi formali e narrativi peculiari del cinema, seleziono episodi strettamente legati al mio vissuto personale, soffermandomi su accadimenti minimi del quotidiano, spesso banali ed esigui a un punto tale da non essere presi in considerazione. Sono però eventi che mettono in questione o addirittura minano le coordinate della relazione tra il singolo e il mondo in cui vive, evidenziandone la conflittualità. Attraverso un’analisi ostinata dello sguardo e un’inquadratura il più possibile ravvicinata invito l’osservatore a partecipare, inscrivendo nella mia la sua propria esperienza. Solo uno sguardo nomadico, carico di ricettività femminile, riesce a scoperchiare questa realtà sommersa; uno sguardo governato dal principio della cura, che qui si risolve in pura ostinazione verso il dettaglio minimo, l’insignificante. La cura è l’atto che accoglie, che non nega, che si prefigge di non scostarsi neanche davanti a ciò a cui è più difficile donare attenzione, non tanto l’osceno o l’orrendo, quanto piuttosto il ‘privo di senso’, l’indegno, l’antieroico, il banale. Così quei frammenti di non senso che compongono per la maggior parte la vita di ognuno diventano momenti significativi di comprensione della vita. La cura in questo senso è un’attenzione sovvertitrice di gerarchie. Non è uno sguardo univocamente ‘al femminile’ ma frutto della somma non risolta di più poli, di magnetismi in movimento, di principi antitetici in coesistenza”.

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

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