La peste è guidare a venti all’ora

Adesso, stanno nascendo 290 mila bambini.
Adesso, vengono venduti 4 milioni di cellulari.
Adesso, vengono pubblicati 6874 libri.
Adesso, 3 miliardi di persone aprono Facebook.
Adesso, vengono fatte 5 miliardi di ricerche su Google.
Adesso, 1 miliardo di persone guarda un reel su tiktok.
Adesso, vengono inviate 153 miliardi di mail.
Adesso, due milioni di persone stanno facendo un acquisto su Amazon.
Adesso, 93 milioni di persone si stanno facendo un selfie.
Adesso, stanno morendo 145.000 persone.

Ho cinque anni, siamo nella camera mortuaria di Rozzano a fare visita alla zia di mio papà.
Non l’ho mai vista da viva e da morta non ha una bella cera. Zia Annunciata. Che strano nome. Zia Annunciata ha un tailleur grigio, un rosario intrecciato attorno alle mani rigide, ha dei collant spessi color carne, delle scarpe nere. Posso guardare ogni dettaglio con agio perché uno dei miei due solerti genitori ha deciso di prendermi in braccio, perché non mi perdessi lo spettacolo.
I collant color carne, proprio quel dettaglio, lo zoom sulla lycra spessa, mi sveglia urlando la notte. Mia mamma arriva e io tremo di terrore per quell’immagine di morte.
Forse non dovevamo portarla, li sento che dicono di là, mezz’ora più tardi.

Quando lo scorso gennaio, al Lazzaretto, si è deciso che il tema dell’anno sarebbe stato ragione e sentimento, abbiamo capito, quasi subito, che un anno non sarebbe stato sufficiente. Ci siamo detti: per stare nel sentimento, per percepire con i sensi, bisogna partire dal tempo. Abbiamo bisogno di almeno due anni.
E poi, proprio perché la nostra vita corre come un treno a duecento all’ora verso lo schianto, allora noi rallentiamo.
Camminiamo anziché correre, fermiamoci, contempliamo, tendiamo l’orecchio.

Del resto anche le neuroscienze ci dicono che se ci muoviamo velocemente possiamo fare solo ciò che sappiamo già fare: è così che funziona il nostro cervello. Non c’è tempo per imparare cose nuove. Mentre quando il movimento è lento e piccolo c’è spazio per l’esplorazione, la scoperta e la consapevolezza. La lentezza ci permette di sentire stimoli sensoriali minuscoli, di cogliere differenze molto sottili.
Ma allora perché perdersi tutta questa ricchezza? Perché questa fretta?

Viviamo in una società efficientista, quanto hai reso in un’ora? In una giornata? Era il massimo che potessi fare? La coazione a produrre e comunicare è un imperativo assoluto, viviamo in un perpetuo e trafelato presente, in un perenne adesso, in cui tutto è affidato all’esperienza del momento, e in cui la perdita di senso del tempo si accompagna all’impossibilità di distinguere l’essenziale dal superfluo, il durevole dall’effimero.
Abbiamo eliminato qualsiasi inabissamento o trascendenza, qualsiasi ordine verticale. Il verticale ha ceduto il passo all’orizzontale. Nulla svetta, nulla si approfondisce. La realtà si livella riducendosi a flussi di informazioni e di dati. Non sperimentiamo più la pazienza per il lungo e lento. Lo sguardo non indugia, vaga come quello di un cacciatore.
Eppure tutti vorremmo essere contemplatori di nuvole anziché cacciatori.
E allora, di nuovo, perché questa fretta?

Per me, credo abbia a che fare con quelle calze di lycra, spesse, color carne.
Mi immagino Gandhi, Gesù, Yogananda, i grandi illuminati o le grandi mistiche come Angela da Foligno, Caterina da Siena, lì a sfruculiare le proprie profondità per uscirne più saggi e consapevoli, lì tutti intenti a contattare serenamente, con calma, con fiducia, con curiosità, i grandi misteri di sé stessi e della vita.
Ma per noi, gente normale, tutt’al più illuminata da una fioca lampadina, rallentare, sentire e contattare ciò che siamo, vuol dire affacciarsi sul baratro, sentire il gelo paralizzante di tutto ciò che non è in nostro potere: la morte, l’eternità, il senso di essere nati. A volte basta anche un lavoro infelice o il marito sbagliato.
E allora i balletti di tiktok e i treni a duecento all’ora e l’imperdibile ultimo libro-di e lo stivale ultima moda e il podcast sui grandi eventi storici come non li avete mai sentiti e il corso di ceramica-di russo-di tecniche di scrittura creativa e Google, come si diventa illuminati?

La velocità ci fa dimenticare, la lentezza ricordare.
Rallentare per percepire coi sensi? Ma una vita comandata dal sentimento sarebbe tollerabile? Il sistema non la reggerebbe, il mio organismo nemmeno. Dovremmo rinunciare alla sicurezza, ai progetti a lungo termine, ai preventivi. Per far comandare i sentimenti ci vuole molto coraggio. Ma ci eviteremmo asma, ipertensione, tachicardia, insonnia.

Alla fine non resta che sperare nella saggezza del corpo, non resta che provare, poco alla volta, a scendere un centimetro di più, ogni giorno, in quel baratro: smascherare la velocità, smascherare la paura, arrendersi ai propri limiti, riconoscere la propria natura animale, farsi una grassa risata di fronte al buio. E soprattutto credere a tutto ciò che è invisibile.

Credo pochissimo al visibile, credo molto all’invisibile, ed è forse la cosa che mi interessa di più. Così, in un’intervista del 1977, Cristina Campo mi invita a progettare qualcosa di rivoluzionario.
Rallentare, credere nell’invisibile.


Bibliografia
Vite di corsa, Zygmunt Bauman, il Mulino
La lentezza, Milan Kundera
Credere all’invisibile, Cesare Viviani, Einaudi, 2009
worldometers
Intervista Cristina Campo
Credits
image: © Wolfgang Laib
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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Questo articolo è stato scritto da Federico

4 commenti

  • nicoletta bernardini

    Grazie per questo spunto di riflessione. Mi trovo estremamente in linea con tutto….Lavoro da anni sulla camminata lenta, in silenzio ( in natura e non). Le persone che stanno portando avanti questo progetto testimoniano di cambiamenti e trasformazioni quotidiani. Abbiamo bisogno di respiro, e non possiamo respirare in fretta….anzi, si che possiamo farlo ma come ci sentiamo dopo ? la qualità delle nostre azioni, dei nostri gesti e delle nostre parole ?

    • Linda Ronzoni

      Buongiorno Nicoletta, grazie per le tue parole e per il lavoro che fai, di cui creadiamo ci sia bisogno come dell’aria, a proposito di respirare 😉

  • Micaela

    Provo a riprendere il tuo ragionamento che condivido in pieno.
    Lo faccio con un metodo che mi serve molto e cioè trovare le parole chiave che mi risuonano dentro.
    “….pazienza, sguardo, contemplatori, baratro, gelo paralizzante di tutto ciò che non è in nostro potere (…)a volte basta anche un lavoro infelice o il marito sbagliato”.
    Mi verrebbe da dire anche la moglie, la compagna sbagliata.
    Io appartengo alla generazione di quelli che hanno corso. Tutto ci invitava a correre. Persino la medicina con le sue indicazioni…cammina almeno mezz’ora al giorno a passo veloce…ma che sia veloce altrimenti non serve.
    Adesso che ho più tempo a disposizione cerco di rallentare, di fermarmi anche se non è facile. Mi sembra che mi manchi sempre qualcosa da raggiungere. Un libro da finire , un giro in bicicletta da fare, una telefonata che se non è urgente che telefonata è?
    Avremmo forse bisogno di qualche “pietra d’inciampo” e non per ricordare la shoah (anche se anche li abbiamo corso per dimenticare) ma per guardare e guardarci attorno e dentro.
    Quello che scrivi tu a proposito di perdita di senso del tempo me lo sento addosso come se fosse una cicatrice sulla mia pelle : “…la perdita di senso del tempo si accompagna all’impossibilità di distinguere l’essenziale dal superfluo, il durevole dall’effimero”..
    Vorrei essere come la lumaca di Sepulveda (Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza) che , a fatica si avventura in un percorso di libertà dove trova il senso e il fine dell’andare adagio.
    Ecco, forse questa cosa della fatica di andare adagio è legata al non riuscire a declinare pienamente la nostra libertà.
    E quindi grazie Linda e grazie Nicoletta …andare adagio camminare lentamente e sentire/sentirsi…
    Che bel programma!

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