La peste è una domanda senza risposta

Andrea Rebaudengo arriva sul palco con lo spartito in mano. Saluta il pubblico, si siede davanti al pianoforte. Apre lo spartito e lo sistema davanti a sé. Dopo qualche secondo chiude il coperchio della tastiera, si allunga per prendere un cronometro e lo avvia. Rimane fermo con le mani appoggiate sulle ginocchia a guardare davanti a sé.

Perché è così difficile aspettare? Come fa la farfalla a starsene per sette anni buona buona dentro il suo bozzolo? Come ha fatto Penelope ad aspettare eroicamente per vent’anni mentre quell’altro andava ad esplorare il mondo? Per noi umani di questo secolo sembra impossibile anche solo stare ad aspettare un tram senza mettersi a scrollare compulsivamente le storie di Instagram.
Quanto tempo possiamo resistere senza avere una risposta alla nostra domanda?
Per quanto possiamo accettare che qualcosa sia indisponibile in un mondo in cui è tutto subito disponibile?

Ormai da qualche anno mi obbligo, nelle sale d’attesa, in fila, sul tram, a non guardare il telefonino. Guardo tutti i passeggeri che guardano i loro schermi, sentendomi l’unica testimone di questa alienante follia, mi chiedo che cosa ci fa così paura di quel vuoto, dell’attesa tra partire e arrivare.
Negli anni ho capito che per me, ansiosa cronica, l’attesa è l’unico momento in cui sono obbligata a confrontarmi con il presente, il celeberrimo attimo presente, quella sospensione tra passato e futuro, quel ‘qui e ora’ in cui risiederebbe la felicità.

Visto che non so vivere l’attesa come opportunità di stare nel presente ecco che allora l’attesa diventa una porta socchiusa sul futuro e questo apre dentro di me una crisi. Non più ancorata al rassicurante passato ecco che arriva l’ansia. Deve essere cominciato tutto all’asilo.
All’improvviso vedo i passeggeri di questo tram come bambini ansiosi che non hanno mai imparato a gestire l’attesa. All’improvviso sono i miei compagni d’asilo.
Né io né loro abbiamo imparato ad aspettare, a gestire la frustrazione dell’attesa, e ora siamo fuori controllo, pretendiamo che ogni desiderio sia immediatamente soddisfatto. Siamo diventati adulti impulsivi, insoddisfatti e aggressivi.
Il futuro è sempre in ritardo rispetto ai nostri bisogni.

Ho provato, diventando adulta, a creare occasioni in cui sperimentare ciò che è contro istintivo per me. La meditazione, lo yoga, la bioenergetica. Il silenzio. Le resistenze sono ancora tante e l’automatismo di fare mille cose, di corsa, si attiva spesso. E anche quando rallento c’è sempre il proliferare dei pensieri nella testa.

È il 1998, sono venuta a sentire questo concerto senza sapere nulla dei pezzi in programma. L’ensemble di Sentieri selvaggi l’ho appena scoperta e mi sono appassionata. Di John Cage so poco o niente. Per quattro minuti e 33 secondi resto in attesa che il pianista Andrea Rebaudengo faccia qualcosa. Ma continua a non succedere niente e sono elettrizzata dalla sorpresa.
È un lunghissimo presente in cui non ho nessuna fretta di futuro.

Secondo i critici 4’33” è l’apice di una serie di composizioni che lavorano sul silenzio. Secondo Cage invece è un’opera assolutamente non silenziosa ma nella quale i protagonisti sono i rumori che si sentono durante il silenzio dei musicisti, un oggetto che cade, il ronzio di un insetto, uno spettatore che tossisce. La durata è probabilmente un riferimento allo zero assoluto: quattro minuti e trentatré secondi corrispondono a 273 secondi, e a -273,15°C è posizionato lo zero assoluto, la temperatura più bassa possibile per la materia, che è irraggiungibile, come il silenzio assoluto.

Per me è un’opera che parla di attesa e di tutto quello che siamo in quello spazio di non più e di non ancora. Ci penso mentre sul tram guardo le luci degli schermi illuminare i volti dei miei compagni d’asilo. E penso cosa farebbe Penelope su questo tram se fosse in possesso di uno smartphone di ultima generazione. Sono abbastanza sicura che ammazzerebbe il tempo pure lei guardando qualche video di gattini che fanno le fusa. E forse anche Ulisse non sarebbe partito verso nessun ignoto e sarebbe chiuso in camera sua a giocare a Fortnite.

 


Bibliografia

Silenzio
John Cage
Il Saggiatore, 2019

Vivere momento per momento
Jon Kabat-Zinn
Corbaccio, 2016

Credits
image: © Jorge Franganillo, Double Poke in the Eye II by Bruce Nauman, 1985 (Tate Modern, London, UK)
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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Questo articolo è stato scritto da Matteo

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