La peste è un cuore matto, matto da legare

Il mio nome è Marco, di professione “cavallo da tiro tuttofare”. Devo compiere ancora i 18 anni e, pertanto, non mi sento affatto vecchio. È con profonda costernazione perciò, che apprendo che la Giunta Provinciale ha deciso la vendita della mia povera carcassa al miglior offerente.

 

Comincia così una lettera del 12 giugno 1972 scritta dai degenti, dagli infermieri e dai medici dell’Ospedale psichiatrico di Trieste al Presidente della provincia.

La lettera chiede il pensionamento di Marco Cavallo all’interno della struttura, per meriti lavorativi e per l’affetto che il personale e i pazienti nutrono verso l’animale. In cambio si offre il versamento di una somma pari al suo valore e il mantenimento per tutta la restante vita dell’animale.

Il 30 ottobre dello stesso anno la Provincia di Trieste accoglie la richiesta.

 

La vicenda di Marco Cavallo apre un’epoca di sperimentazioni all’interno della struttura: cominciano a svolgersi diverse attività e laboratori e nasce l’idea di un grande progetto. Il promotore è Vittorio Basaglia, docente di belle arti e cugino di Franco Basaglia che dirige la struttura. Vittorio si trasferisce a lavorare con le persone internate. Lavora con loro tutti i giorni, dalla mattina alla sera, per un anno.

Marco Cavallo, ispirato alla vicenda vera del cavallo salvato dal mattatoio, è un cavallo di cartapesta alto quattro metri. I pazienti insistono perché sia azzurro e che nella pancia si mettano dei bigliettini con i desideri di tutti.

Un fiasco di vino. Delle scarpe. Cose buone da mangiare. Un orologio. Correre. Rivedere la mia amica Ondina. Prendere un aereo.

 

Il progetto è sfilare per le vie di Trieste con Marco Cavallo in testa e tutti i degenti al seguito.

Un cavallo di Troia al contrario che porti fuori dai muri chi era costretto dentro.

E così una limpida domenica di marzo del 1973, una domenica spazzata dalla bora, Marco Cavallo si appresta a uscire dal manicomio, ma nessuno ha calcolato l’altezza delle porte.

Non passa da quella del giardino, né dalla veranda, né dal portone d’ingresso. Si cerca di inclinarlo, di metterlo di taglio. Niente. I degenti cominciano a innervosirsi. Non si riesce a uscire. Non si esce più. Si decide di spaccare un architrave: saltano vetrate, cadono mattoni e calcinacci e Marco Cavallo è finalmente libero.

 

Ho trovato in rete un video, il momento in cui i degenti scendono le scale dell’istituto psichiatrico per uscire. Sono pochi minuti in cui sfilano lentamente uomini e donne dalle posture rigide, alcuni a braccetto di infermieri, altri che fumano in modo frettoloso e concentrato, un tiro dopo l’altro senza pause, qualche donna scende con la borsa al braccio, qualcuno si sistema i capelli, qualcuno sta con la testa bassa per nascondersi, un altro scende saltellando in modo meccanico. In pochissimi sorridono.

 

Mi piacerebbe che la storia di Marco Cavallo fosse una storia di liberazione, di apertura vera alla complessità del tema del disagio psichico che, come diceva Basaglia, avessimo capito che la società, per dirsi civile, deve accettare tanto la ragione quanto la follia. Integrarla, tenere in dialogo le due parti. Ma mi sembra più la storia di un uomo con una grande intuizione, una grande umanità, e una società che forse non era pronta allora e che dopo cinquant’anni è ancora profondamente immatura.

 

Eppure Marco Cavallo con la sua storia continua a tornarmi in mente. Trascrivo appunti sul mio quaderno. Una storia che mi parla della mia smania di controllo, di come siamo tutti spezzati dalle nostre paure, rintanati nella nostra bolla, chiusi nei nostri muri.

Ci viene richiesto ogni giorno di sapere ben giudicare, discernere con saggezza il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, governare le nostre emozioni, i nostri impulsi, ma se provassimo a cercare nel nostro corpo i segni del soccombere, dell’essere dominati, della perdita di controllo? Cosa vuol dire per me perdere la testa, dare in escandescenze, impazzire, lasciare il comando a un cuore matto? Perché mi fa così paura?

 

Vorrei provare qualche volta a usare le cose come fanno i pazzi, a prescindere dall’uso esclusivo che è stabilito dal buon senso, a pensare come un poeta, come un artista, a contaminarmi col dolore e la pazza gioia di chi maneggia materiali sensibili. Fare come fanno gli innamorati. Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza?

 

La verità del nostro profondo come dialoga con le regole della razionalità? La nostra identità è qualcosa di fermo, di rigido o invece si tratta piuttosto di qualcosa di totalmente sfuggente, multiplo, abissale, danneggiato e folle?

 

Marco Cavallo avanza con la pancia piena di scarpe, sogni di fuga, orologi, fiaschi di vino. Avanza per le vie di una Trieste spazzata dalla bora, seguito da uomini e donne smarriti, piegati a una normalità gestibile. Quando qualcuno è matto ed entra in un manicomio smette di essere matto per trasformarsi in malato. Ora hanno distrutto l’architrave e valicato quei muri per tornare ad abitare lo spazio di tutti. Camminano come matti, ognuno a modo suo, una singola moltitudine di matti. Marco Cavallo oggi ha liberato tutti.


Bibliografia
L’utopia della realtà
Franco Basaglia
Einaudi, 2005
Storia della follia nell’età classica
Michel Foucault
Rizzoli, 2011
Casi
Daniil Charms
Adelphi, 2008
Repertorio dei matti della città di Milano
Paolo Nori (a cura di)
Marcos y Marcos, 2015
Credits
image: © Robert Gober
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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This post was written by Federico

11 Comments

  • Mariapaola Mauri

    Sono andata a cercarmi il filmato. Qualcosa ho trovato. Toccante. Grazie per i tuoi spunti. Mai banali

    • Linda Ronzoni

      Grazie Mariapaola. Sì purtroppo non si trova molto. Esiste un libro di Giuliano Scabia con c’è allegato. Ma al momento è introvabile.

    • Linda Ronzoni

      Grazie Mariapaola. Esiste un libro di Giuliano Scabia con cd allegato ma purtroppo al momento è introvabile.

  • July Spelonchi

    Il racconto del Cavallone mi è piaciuto tanto, sono andata sul luogho dell’ospedale psichiatrico di Trieste due mesi fa durante la mia visita alla città sulle tracce di Joyce, Saba e Svevo perché ritenevo di dovere un omaggio anche a Basaglia. Grazie, ho condiviso sulla mia pagina FB
    July Spelonchi.

  • Micaela

    “Vorrei provare qualche volta (…) a pensare come un poeta, come un artista..”
    Io credo che tu lo faccia già nei tuoi testi che ci invitano a riflessioni profonde e diverse, cosa del tutto desueta ai nostri tempi, veloci e superficiali.
    E quindi..se io penso alla pazzia penso a quello che nella storia è stata la diade donne – pazzia, le streghe del Medioevo, le artiste non omologate, le tante scrittrici e poetesse…
    Loro non hanno sicuramente “barattato “ la felicità del vivere in fedeltà a sé stesse, del creare , con la sicurezza personale.
    Penso a Virginia Woolf e all’uso che per tanto tempo è stato fatto della sua “follia” da parte di critici letterari e non solo. Del mancato riconoscimento della sua grandezza letteraria sempre offuscata dal pregiudizio di chi si pretende “normale”.
    Anche io sono stata a Trieste nell’ ex Ospedale di Basaglia.
    Era un luminoso e fresco giorno di luglio di qualche anno fa. Piante , silenzio, sguardo che dall’alto spaziava sull’orizzonte. Si respirava un’aria di serenità.
    Ricordo di aver pensato che di quella serenità che io sentivo erano responsabili , forse, le anime belle che di lì avevano transitato e che Basaglia non aveva lavorato invano.
    Grazie Linda.

    • Linda Ronzoni

      Grazie Micaela, anche del tuo sguardo sulle donne e del tuo ricordo di una giornat fresca e luminosa

  • Jex

    Che meraviglia di riflessioni. Quando scrivi tu e’ come se infilassi perle

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