La peste è una lettera scritta a mano

È il 25 giugno del 2010. A Milano. Sono seduta in una sorta di sala d’attesa, un container diventato rovente per il sole di mezzogiorno. Ho in mano un biglietto numerato di quelli della posta, del supermercato. Arriva il mio turno. Entro in un altro container dove una ragazza col camice bianco mi invita a sedermi dietro a un tavolo con un computer. Mi fa mettere delle cuffie e mi appoggia lo stetoscopio sul cuore. Sento il mio battito nelle orecchie e vedo il tracciato delle mie frequenze sul monitor. Pochi secondi. La ragazza col camice bianco salva il file sonoro del mio battito. Mi chiede di scrivere il mio nome e cognome su un registro. Un elenco numerato, in cui il mio cuore è l’ultimo registrato.

Quando avevo vent’anni ho cominciato a tormentare i miei amici con le mie due fisse. Scrivere un libro sui proclami e promuovere l’insegnamento di educazione sentimentale nelle scuole. Anzi dall’asilo, aggiungevo sempre alla fine.
Avevo appena fatto la maturità. Cosa avevo imparato in tutti quegli anni? La scuola mi aveva maturato per poter affrontare la vita degli adulti? Gli insegnati erano stati un’ispirazione per noi studenti, come Socrate coi suoi allievi, o erano degli impiegati demotivati che cercavano di sopravvivere tra una campanella e l’altra?
Mi ero appassionata alla letteratura e alla storia dell’arte perché avevo avuto due insegnanti entusiasti, ma era stato un puro caso, una fortuna.

Il sistema scolastico si era preoccupato che io imparassi le equazioni di secondo grado o ricordassi le date delle guerre puniche ma nessuno si era posto il problema se fossi una persona gentile o se fossi in grado di gestire una relazione sentimentale, per dire. Se fossi in grado di comprendere e affrontare la vergogna. Se fossi in grado di lavorare sulla mia autostima.
A vent’anni il mio sogno era che la scuola fosse il motore per avviare un cambiamento. E ancora oggi vorrei che ci si preoccupasse di formare ingegneri, medici e direttori marketing con una consapevolezza emotiva più evoluta, visto che possiamo programmare giretti nello spazio ma rispetto alla gestione emozionale siamo appena più evoluti dei sumeri.
Mi piacerebbe una scuola in cui ci fossero classi di rabbia, di malumore, di senso di colpa, di fiducia, di franchezza, di vero e verosimile, in cui bambini di sette anni stiano seduti insieme a cinquantenni ripetenti.
Come sarebbe una scuola che tenesse assieme l’approccio razionale, le competenze tecniche e la costruzione di un quadro di valori universali, con l’approccio sentimentale che costruisce la mia coscienza autobiografica? Ragione e sentimento nella stessa classe.

Vorrei ricominciare dall’asilo, a fare le stanghette. E poi le A tutte in fila con una calligrafia incerta. E poi scrivere pensierini a mano con una scrittura sempre più sicura. E poi, nella scuola dei miei sogni, avrei tra le materie anche lettere scritte a mano oppure Diario segreto. Almeno due ore a settimana. Che poi, pensavo, la calligrafia è come il battito del cuore. Non contraffabile. Più vicina al vero che al verosimile.

In questa scuola in cui l’età non si misura con gli anni e non si smette mai di sentirsi immaturi si andrebbe in gita a Teshima, un’isola in mezzo al mare del Giappone, una piccola lingua di terra con una natura rigogliosa.
Lì, in un basso edificio di legno, a pochi passi dalla spiaggia bianca, ci sono gli Archivi del Cuore. Un grande progetto utopico su cui Christian Boltanski ha lavorato dal 2008 fino alla sua morte: girare il mondo per registrare, e poi riunire in un unico luogo, le tracce sonore dei battiti del cuore dell’umanità.
A Teshima, insieme a centinaia di migliaia di altri cuori, ci dovrebbe essere anche il mio.
Se qualcuno tra cento anni volesse sapere qualcosa di me potrà sentire il mio cuore e vedere il mio nome scritto a mano in un elenco.
Non sapeva risolvere un’equazione, non si ricordava le date delle guerre puniche però guarda che bella scrittura che aveva.


Bibliografia
Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose (Adelphi, 2018)
Antonino Firenze Il corpo e l’impensato. Saggio su Merleau-Ponty (Mimesis, 2011)
Alain De Botton, Un’educazione emotiva (Guanda, 2020)
benesse-artsite.jp/en/art/boltanski.html
Credits
image: © Christian Boltansky, Les Archives du Coeur
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

4 commenti

  • antonella meiani

    per appassionare le bambine e i bambini della mia classe all’uso del corsivo ho chiesto loro di scrivermi regolarmente delle “Lettere in corsivo” su un piccolo quaderno molto personalizzato e dedicato solo a quelle… erano momenti magici, ognuno poteva scrivermi liberamente ma curando la grafia… Lo spunto era arrivato da una lettera che avevo appena ritrovato: me l’aveva inviata uno zio quando ero piccola (anni 60) e mostrava loro una calligrafia perfetta (quelle da pennino per intenderci): li ha lasciati a bocca aperta e tutti ne hanno avuto una copia. E sull’educazione sentimentale sono profondamente d’accordo…

    • Linda Ronzoni

      Grazie Antonella di questo tuo ricordo bellissimo, un quaderno delle lettere in corsivo mi sembra un’idea toccante e, come dici tu, quasi magica. Sarebbe bello trovare uno spazio per raccogliere tutte queste testimonianze legate alla scuola, a quello che si è riusciti a fare e a quello che rimane nel cassettio dei desideri…

  • Desi Tinelli

    Grazie di questi pensieri che illuminano l’anno a venire Una mia amica giapponese mi ha appena mandato la foto dei primi sakura in fiore del nuovo anno ad Amita nella regione di Shizuoka Sapere che esiste un’isola sperduta che contiene i battiti dei cuori è una cosa bellissima Grazie dal cuore!I Giapponesi dicono:kokoro kara arigatou!

    • Linda Ronzoni

      Cara Desi, grazie a te di questa immagine che mi sembra di vedere della prima fioritura dell’anno in Giappone! Abbiamo bisogno tutti di pensieri luminosi in questi tempi oscuri…

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