La peste è una vecchia col rossetto rosso
Il diktat era: praticità.
Che voleva dire capelli corti: pratici. Vestiti comodi, scarpe basse: pratiche.
Niente accessori: via bracciali, orecchini, anelli, sciarpe, collane, del resto cosa c’è di meno pratico dell’accessorio?
Niente trucco, il rossetto solo in rare occasioni. Matrimoni, cresime, comunioni.
Colori fini.
Il diktat era: praticità e finezza.
Ma partiamo dall’inizio.
Cinquemila anni fa.
Shub-ad, sovrana sumera, aveva un rossetto fatto di polvere rossa, olio di sesamo e rosa. Nell’antica Grecia il rossetto rosso lo potevano indossare solo le prostitute, era una sorta di marchio distintivo per non far cadere in inganno uomini interessati a relazioni sentimentali.
Cleopatra utilizzava una pasta composta da pigmenti ricavati da scarabei carmini, uova di formica e scaglie di pesce.
Gli antichi Romani lo chiamavano purpurissum, ed era una miscela di pericolosissimo solfuro di mercurio che stendevano sulle labbra delle statue degli dei durante le cerimonie religiose.
Nel medioevo il rossetto rosso lo mettevano le streghe.
Nel settecento dame e cicisbei usavano dipingersi piccole labbra rosse su una faccia bianca di cipria.
Nell’era vittoriana i rossetti erano vietati, per le labbra si poteva usare solo grasso di balena.
Negli anni Venti del Novecento Elizabeth Arden con Everyday Lipstick consegna alle suffragette un simbolo di indipendenza e di lotta per la parità di genere. Marcia con loro, sulla Fifth Avenue, regalando alle compagne di lotta il celebre rossetto, ovviamente rosso fuoco. Sarà un caso che la forma del rossetto si sia ispirata a quella del proiettile?
Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, riscrivono la storia del cinema, il rossetto rosso non è più solo un cosmetico ma un simbolo di fascino, potere e seduzione.
Coco Chanel invita a indossare un rossetto rosso fuoco se sei triste o lui non ti vuole più.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e tanta ne deve passare per smarcarci da quell’idea di femminile suora o puttana. O sei nei giochi della seduzione con le regole che ci siamo dati, noi società patriarcale, o ti chiami fuori.
Il corpo femminile non si è mai potuto concedere il lusso di essere libero, il corpo femminile è stato ed è tuttora un oggetto di consumo, alla mercé dello sguardo maschile.
Il rossetto va bene se sei una puttana, se mi vuoi sedurre, se sei una strega, se sei abbastanza giovane da potertelo permettere, sennò sei solo ridicola.
Eh sì, sei un oggetto anche da vecchia, non c’è scampo. Un oggetto che quando si pone fuori dall’occhio desiderante del maschio, fuori dallo spazio di seduzione, non più da ammirare, fuori dal mirino, deve diventare invisibile.
Articoli di giornale che ti spiegano chi può portare il rossetto rosso, chi può permetterselo, che pontificano su come dopo una certa età si debba essere femminili ma con discrezione, con tonalità soft, sennò si rischia di scadere nel ridicolo. Cosa fai, giochi all’eterna ragazzina?
La vecchiaia per una donna è etimologicamente oscena, vale a dire posta fuori scena.
Osceno inteso come brutto, ripugnante, privo di gusto, un’offesa alla bellezza.
Mi interessa la categoria dell’osceno, si presta bene a leggere i processi sociali che riguardano i corpi, i suoi utilizzi. Perché è ai corpi che viene riferita la definizione di osceno, riducendo tutto alla prossimità o distanza da un fantomatico corpo “standard”.
L’osceno è pericoloso, da evitare, perché mina gli assetti della normalità e del vivere sociale, interroga le regole su cui si fonda il dato-per-garantito.
Per questo mi interessa, l’osceno.
Se potessi riscrivere la mia storia inventerei una madre più vanitosa, più civettuola, mi incanterei a guardarla nello specchio mentre si trucca le labbra di rosso, la guarderei cambiare smalto, sciarpe, collane, anelli, orecchini, come su una giostra impazzita. E poi diventerei adulta ridendo sguaiatamente, a bocca aperta. Senza dovermi spiegare né difendere dagli sguardi di nessuno.
A quel diktat di praticità e finezza da adolescente mi sono ribellata, ma l’ho subito più di quanto sia disposta ad ammettere. Ogni tanto mi dico che sarebbe bello se almeno da vecchia, fuori dai giochi, si potesse aprire uno spazio creativo, uno spazio di libertà. Capire la differenza tra ribellarmi e essere libera.
Vorrei non sentire più quella voce di mia madre, che ha scavato gallerie dentro di me, che mi dice cosa è volgare e cosa è fine. Cosa è in ordine e cosa non lo è.
Vorrei essere una vecchia col rossetto rosso, e già mentre lo dico ho un brivido, vorrei avere il coraggio di essere oscena, ridicola.
Ehi, dico a voi, mi vedete? Mamma, signore e signori della giuria, esperti di make-up, cerimonieri del bon ton, sono una vecchia, sì, ma non ho nessuna intenzione di sparire, ho intenzione di fare come mi pare. Sono una vecchia col rossetto rosso.
E i colori soft, i pesca, i rosa tenui, quelli consigliati dopo una certa età, sapete già dove dovete metterveli, vero?
Bibliografia
Biglietti alle amiche
Corinna De Cesare
Fabbri, 2022
Sulla liberazione della donna
Simone De Beauvoir
E/O, 2019
Il racconto dell’ancella
Margaret Atwood
Ponte alle Grazie, 2019
Credits
image: © The Collector [thecollector.com]
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto
Categorised in: L'editoriale
This post was written by Federico
2 Comments
Leggendo la tua splendida riflessione mi è venuto subito in mente che per me il rossetto è un oggetto praticamente sconosciuto.
Non ho avuto frequentazioni con i rossetti. Nemmeno da giovane. In quegli anni non usarlo era un modo di ribellarsi , di dire NO, non mi adeguo, all’idea di femminilità che la società patriarcale mi proponeva.
Non sapevo dove sarei approdata. Mi sentivo lontana dai modelli di donne che imperavano. Anche di quelle che sarebbero state poi definite emancipate.
Per cui è stato facile, direi semplice , ad un certo punto il “chiamarsi fuori” di cui tu parli.
Era un chiamarsi fuori “ dai giochi della seduzione maschile “ non solo rispetto al corpo ma anche ad una idea di stare al mondo da donna che non mi corrispondeva, al linguaggio da usare, allo sguardo su tutto ciò che era diverso.
L’abbiamo chiamata “estraneità”.
Agire l’estraneità è stato ed è un modo per sottrarsi allo sguardo maschile, nel senso di sguardo giudicante , mercificante, insultante, manipolante.
Anche se il prezzo dell’estraneità è stato spesso – ed è tuttora – un chiamarsi fuori dai commerci sociali con quello che sappiamo comporta.
Era ed è.
Tu scrivi: “Ogni tanto mi dico che sarebbe bello se almeno da vecchia, fuori dai giochi, si potesse aprire uno spazio creativo, uno spazio di libertà. Capire la differenza tra ribellarmi e essere libera.”
Io credo che tu la conosca benissimo la differenza nel senso che la vivi. E la pratichi ogni giorno.
Al Lazzaretto, nel lavoro creativo che fai, in bicicletta. E, presumibilmente, in ogni luogo dove vai
Ribellarsi è parte dell’essere libere.
Se non si è elaborata una idea “libera” di sé non si è libere di ribellarsi. Sembra una contraddizione nei termini ma non lo è. E lo vediamo adesso ogni giorno in Iran.
Certo, viviamo costantemente nella contraddizione e nella fatica di stare al mondo. In questo mondo.
Viviamo nella lotta continua tra l’esserci e lo star fuori, tra l’esserci ed essere estranee. Tra il sentirsi integre e intere e nello stesso tempo spaccate.
Mi piace chiudere con questa citazione di Adrienne Rich che nel saggio “Lo spacco alla radice” osserva : “So che per il resto della mia vita, per ancora mezzo secolo, ogni aspetto della mia identità dovrà impegnarsi. La ragazza borghese bianca a cui fu insegnato a barattare obbedienza per privilegio. (…) La donna poeta che sa che il bel linguaggio può mentire, che il linguaggio dell’oppressore talvolta sembra bello. La donna che cerca, come parte della sua resistenza, di chiarire ogni suo gesto”.
Cara Micaela, grazie davvero delle tue riflessioni che sono sempre stimoli per ulteriori approfondimenti. Mi piace questo dialogo, mi piace pensare alla partecipazione culturale proprio in questo senso. Un ininterrotto e fecondo parlarsi e vedersi.