La peste è un cassetto di calze spaiate

Il protocollo sperimentale prevede che ci siano 8 soggetti. 7 sono complici dello sperimentatore, all’insaputa dell’ottavo. Ai soggetti viene detto che si sottoporranno a un esercizio di percezione visiva. Lo sperimentatore mostra una serie di schede. Sulla destra di ogni scheda sono tracciate 3 linee di lunghezza diversa. A sinistra una linea che corrisponde alla lunghezza di una delle tre di destra. Lo sperimentatore chiede ai soggetti di indicare quale delle tre linee sulla destra ha la stessa lunghezza di quella di sinistra.

Inizialmente tutti i soggetti danno la risposta giusta, poi, scheda dopo scheda, i complici cominciano a dare la stessa risposta sbagliata. Il vero e unico soggetto sperimentale, che risponde per penultimo, inizialmente si mantiene della sua idea poi via via che l’esperimento procede comincia a titubare e infine risponde come il resto del gruppo, conformandosi alla risposta sbagliata.

Questo è il famoso esperimento di Solomon Asch, un esperimento di psicologia sociale condotto dallo psicologo polacco. Cosa voleva dimostrare Asch?

Che essere parte di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni, i giudizi e le percezioni di un individuo. E che si può influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi senza ricorrere a false informazioni sulla realtà.

La tesi sostenuta da Asch è che in nome del conformismo e del bisogno di sentirsi inclusi all’interno di un gruppo, le persone tendono a esprimere un comportamento che si adatti e sia uniforme a quello del gruppo o della maggioranza.

Era il 1951.

Io sono sempre stata così: una che sentiva puzza di bruciato ogni volta che un’idea era condivisa da troppe persone. Per me niente era mai vero al cento per cento, mai avrei messo la mano sul fuoco, tutto era mutabile, non ero fan di nessun cantante, non tifavo nessuna squadra, non mi strappavo i capelli per nessun idolo. Mi vestivo in modo bizzarro al di fuori di qualsiasi moda. Io ero Nanni Moretti che in Caro Diario ammorbava un malcapitato automobilista con la sua teoria: Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone, anche in una società più decente di questa mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone.

Ero un bastian contrario, una ribelle. Non avrei fatto quella vita lì che facevano tutti, non mi sarei rassegnata a un ordine ingiusto e oppressivo, non avrei sacrificato la mia individualità per essere come tutti gli altri.

Avevo molte speranze. Credevo fermamente che non mi sarei mai fatta schiacciare da un conformismo che è la perfetta scuola del disimpegno, della delega, dell’inconsapevolezza.

Io avrei disobbedito.

Senza accorgermene, come la rana di un altro famoso esperimento, il sistema che mi dicevo avrei saputo tenere a bada, si è mangiato anche me, come tutti. L’omologazione non è arrivata come uno schiaffo che avrei potuto schivare ma con languide carezze a cui ho porto la guancia. Il piacere personale, il desiderio di realizzazione di me, ha annullato qualsiasi altra priorità collettiva, qualsiasi ardore sovversivo.

Da buona conformista mi sono chiusa nella mia bolla di famiglia e amici in cui poter trovare sistematica conferma di quello che penso, io sono nel giusto, gli altri non hanno capito, sono ignoranti, superficiali, razzisti, crudeli o solo omologati al sistema, e io me ne tengo a debita distanza per non farmi un fegato così.

Mi proteggo, è giusto, ma proteggendomi mi annichilisco, ovattata nella mia bambagia, nel cerchio di una sicurezza senza dissenso che non ha valore né scopo.

A vent’anni ero abbonata al Manifesto e non mi perdevo un numero di Cuore, anche quella era una bolla ma era inconsapevole e mi faceva sentire forte. E leggevo un sacco di libri, come ora, ma molto più idealistici.

Cerco nella libreria il Trattato del ribelle di Ernst Jünger, leggo: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.

Che nostalgia, è come se un velo si fosse tolto dai miei occhi, come se riavessi gli occhi di allora, che possono guardare più lontano del mio ombelico. Molto più lontano.

In realtà nostalgica lo ero anche quando mi autoproclamavo ribelle, forse la nostalgia è una condizione necessaria alla ribellione, in quella accezione di cui parla Jünger, la nostalgia di quando eravamo liberi.

Era il 1951.

Jünger scriveva il suo trattato, Asch sperimentava le sue teorie sul conformismo.

Nanni Moretti non era ancora nato.


Bibliografia
Giovanni Jervis, Psicologia dinamica, Il Mulino, 2001
Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi
Paolo Freire, Pedagogia degli oppressi, EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2018
Credits
image: © Hans-Peter-Feldmann
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

2 commenti

  • Mariapaola Mauri

    Io invece abbastanza conformista in gioventù, o meglio: mi sentivo diversa, ma ambivo a essere come gli (le) altri. Oggi, che fortunatamente ho messo un po’ tutto in discussione, a cominciare da me stessa, mi sento un po’ in trappola. Intrappolata in quella bolla che nasce dagli algoritmi dei social, che ti fanno vedere solo quello che “ti piace”. Facilissimo entrarci, più difficile uscirne. Grazie sempre per i tuoi editoriali, e per il pensiero laterale che esprimono.

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