Les ombres

Mi aveva scritto il titolo su un biglietto. Pensava che fosse il libro giusto per me, che avrei trovato degli spunti di riflessione interessanti. Ci vedevamo da pochi mesi e io non capivo ancora niente di quello che stava succedendo lì. Ero giovane. Come se adesso invece ci avessi capito qualcosa di più. Intendo capito-capito. Non quelle narrazioni molto intelligenti, dettagliate e verosimili che ho costruito negli anni su di me e la mia storia.

Capito-capito è diverso.

Comunque ero arrivata lì per le crisi di panico, quella era la priorità. Riuscire a prendere la metropolitana, guidare in tangenziale.

Però il libro lo comprai e lo lessi avidamente, avidamente come tutto a vent’anni.

Les ombres, gli zombi: la parola zombi potrebbe originare dal francese, le ombre, o da alcune lingue locali africane: lo mvumbi in Congo è un individuo catalettico, in Angola lo nvumbi è un corpo senza spirito, mentre in Ghana Togo e Benim lo zan bibi è una creatura della notte.

Nel rito vudù, il fantasma dopo il decesso è richiamato in vita da un boko, un sacerdote dedito a pratiche di magia nera, di cui lo zombi diviene lo schiavo.

La figura mostruosa dello zombie è entrata nell’immaginario collettivo grazie alla letteratura e al cinema: morti viventi, cadaveri ambulanti si aggirano tra le pagine scritte e sugli schermi come macchine carnivore prive di coscienza, corpi in decomposizione privi di umanità, volti senza identità; niente è più miserabile degli zombi, che nemmeno possono dirsi creature poiché vagano nella terra di nessuno che divide i morti dai vivi annunciano al mondo che è venuto il tempo della sua fine.

Mi affascina la lettura che ha fatto il regista George A. Romero, che ha dedicato tutta la sua vita a raccontarci storie di morti viventi, come metafora del capitalismo e del consumismo, come l’incarnazione di un rimosso che torna a disturbare la nostra apparente normalità.

In Zombie, del 1978, i due temi chiave sono proprio il consumo e il cannibalismo. Gli zombie consumano: da morti come da vivi. Da vivi comprando compulsivamente, da morti nutrendosi degli altri esseri umani in una forma estrema di sfrenato soddisfacimento dei propri impulsi.

Un po’ come in Marcuse e il suo Uomo a una dimensione il consumismo permea tutto, l’individuo perde la sua umanità e diventa uno strumento nella macchina produttiva e un ingranaggio nella macchina di consumo. Anzi, l’individuo moderno, come gli zombie, non è mai una singola entità ma una moltitudine, una massa indistinta e acefala che si muove senza direzione.

Il libro era Paura di vivere di Alexander Lowen, negli anni l’ho riletto molte volte, andando a cercare alcuni passaggi che mi sembrano scritti proprio per me, come aveva intuito la mia terapeuta. Ero all’inizio della mia psicoterapia, stavo uscendo di casa, cercando la mia strada, perdendomi parecchio, avendo slanci e desideri che poi non riuscivo a sostenere. Ma in quella incertezza, in quel non capirci proprio niente, soprattutto in quell’incontro con il panico, c’era una potenza, una sorta di risveglio terrorizzante, in quella paura di morire quando avevo una crisi in metropolitana, c’era un urlo di vita e di coraggio. Un’onda che mi scuoteva dalla mia indifferenza.

Penso a come è un attimo che le nostre vite scivolino in una dimensione da morti viventi, come gli zombi.

Come gli zombi, incedere con passo meccanico e occhi vuoti in una vita che non ha valore, non ha mondo, non ha orizzonte progettuale, non ha comunità di riferimento.

Una vita che ha perso la propria umanità.

Io ogni tanto penso che, se mi allontano un attimo e guardo l’insieme, come davanti a un quadro, noi esseri umani siamo davvero degli zombi, perché se fossimo vivi, vivi-vivi e non mezzi vivi, non potremmo restare indifferenti nemmeno per un minuto, non potremmo distrarci comprando un nuovo paio di jeans o un nuovo libro o lavorando diligentemente o occupandoci del nostro pezzettino di vita. E l’elenco delle distrazioni e delle atrocità è così lungo che diventa quasi banale compilarlo.

Lo zombi con le sue movenze robotiche mi ricorda che anch’io ho perso la mia vitalità spontanea, che è più facile avere le liste delle cose da fare che mi tolgono il fiato piuttosto che farmi carico di essere presente, qualsiasi cosa questo significhi.

E così rimango una morta vivente. Né morta né viva. Mi distraggo. Ma so di distrarmi e quindi oscillo in questo tormento tra desiderio di essere viva e paura di essere viva.

Oggi lo zombi mi interroga, come ogni mostro che si rispetti si presenta anche come un prodigio, come un’opportunità.

Con le sue orbite vuote mi chiede: cosa vedono i tuoi occhi? Con la sua deambulazione sghemba, le braccia rigide in avanti mi chiede: quand’è l’ultima volta che hai ballato senza motivo? Mi chiede: puoi uscire dalla tua ombra e avere coscienza di te e delle cose del mondo?

Les ombres, come ombre ci aggiriamo nel mondo con la nostalgia di essere vivi.


Testo scritto da Linda Ronzoni, direttrice di Il Lazzaretto
Immagine generata in dialogo con Intelligenza Artificiale

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Questo articolo è stato scritto da Linda Ronzoni

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