L’orlo del caos

Ormai guido pochissimo, vado in bici finché non fa troppo freddo o troppo caldo. In bici sono sempre un’adolescente anarchica mentre in macchina mi sento una vecchia. E soprattutto appena salgo in macchina divento rabbiosa. Provo a trattenermi ma è più forte di me.
Non una rabbia buona, di quelle che si originano per salvarci quando qualcosa ci minaccia, no, è una rabbia suscitata dagli impedimenti, dagli imprevisti, dai piccoli inconvenienti.
E in macchina, a meno di essere l’unica sopravvissuta sulla Terra dopo una qualche catastrofe, tutto è un imprevisto e un inconveniente. Il tram che non si riesce a superare, il pedone che attraversa in diagonale, i lavori in corso, quello che cerca parcheggio…
La poetessa Maya Angelou diceva: ho imparato che puoi capire molto di una persona dal modo in cui affronta queste tre cose: una giornata di pioggia, la perdita del bagaglio, e l’intrico delle luci dell’albero di Natale.

L’orlo del caos, termine coniato da Chris Langton, fisico dell’Istituto di Santa Fe in Colorado, è quella zona che divide l’ordine dal disordine.
Generalmente siamo abituati a pensare all’ordine e al disordine in modo separato. In realtà tutti i sistemi naturali si trovano in una situazione di ordine dinamico, che non è né l’ordine immutabile e statico, né il disordine incontrollabile e potenzialmente pericoloso del caos. È lo stato in cui il sistema può realizzare ed esplorare il massimo in quanto a creatività e possibilità diverse.
Troppo ordine: morte per fossilizzazione, troppo disordine: morte per disintegrazione. La vita non può nascere dallo stato solido perché non c’è movimento, troppo ordine, ma nemmeno dallo stato gassoso, la rarefazione è troppo elevata, il moto delle particelle elementari troppo caotico, troppo disordine.
L’orlo del caos, situandosi al limite, è una zona ad alto potenziale creativo; essendo estremamente vicina al caos però, con le sue caratteristiche di imprevedibilità e incontrollabilità, è una zona altamente rischiosa.
Trovare il punto di equilibrio è una faccenda delicatissima: se un sistema vivente si avvicina troppo al margine, rischia di precipitare nell’incoerenza e nella dissoluzione; ma se si ritrae troppo diventa rigido, immoto, totalitario.

Stare nella complessità forse, mi dico, è la sfida che ogni adulto dovrebbe prefiggersi. Né ordine né disordine. Se sto in quell’equilibrio mutevole sono viva, perché sono fatta della stessa complessità di tutte le cose vive, né fossilizzata, né disintegrata.
Eppure. I lavori in corso continuano a rendermi rabbiosa, le lucine di Natale intricate mi fanno tirare giù più di un santo e la paura di farmi male mi tiene molto spesso fossilizzata.
Eppure. Continuo a cercare un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea. Sulle cose. Sulla gente. Su di me.

Come si fa a stare nella complessità?
Potrei chiedere consiglio a Chris Langton che dopo essere precipitato con un deltaplano, il 5 agosto 1975, dopo essersi fratturato 35 ossa, tra cui gambe, braccia, quasi tutte le costole, un ginocchio, la mandibola, gli zigomi e lo sfenoide, dopo essere stato per sei mesi immobile in trazione, dopo aver subito decine di interventi, si rimette in piedi, si laurea e dopo essere stato vicino alla dissoluzione, dopo aver toccato il disordine ed essere precipitato nel caos, si mette di buona lenta a lavorare alla sua teoria della complessità.
Potrei chiamarlo e chiedergli: Chris, spiegami, come ti è venuta in mente questa roba dell’orlo del caos? È stato prima o dopo le 35 ossa rotte?

 


Bibliografia
Maya Angelou, Io so perché canta l’uccello in gabbia (BEAT, 2015)
Morris Mitchell Waldrop, Complessità (Instar Libri, 1996)
Credits
image: Urs Fischer, Untitled 2011-2020 (particolare) © Silvia Gottardi
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

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