La Peste è un gatto che svanisce
Hachikō era un cane di razza Akita, diventato famoso per la grande fedeltà nei confronti del suo padrone, il professor Hidesaburō Ueno, agronomo giapponese. Dopo la morte improvvisa di Ueno, il cane si era recato ogni giorno, per quasi dieci anni, ad attenderlo, invano, alla stazione di Shibuya, dove l’uomo prendeva abitualmente il treno per andare al lavoro.
Una decina di anni fa, una sera, ho deciso di vedere quello che doveva essere un film leggero e un po’ inutile. Il film partiva raccontando la storia di un cane e del suo padrone Richard Gere. La storia filava via liscia e un po’ noiosa finché il cane, che, va detto, era quello che recitava meglio di tutti, non cominciava ad agitarsi in stazione non vedendo scendere dal treno Richard Gere. Provavano a portarlo a casa ma lui non si voleva schiodare da lì. All’improvviso qualcosa ha cominciato a muoversi dentro di me, una specie di brontolio allo stomaco; ho cercato di fare battute stupide sul film, su Richard Gere, sulla recitazione del cane, ma quello che saliva su era proprio un inequivocabile groppo. Nel giro di quindici minuti, mentre nel film passano gli anni e il cane fedele tornava ogni giorno in stazione, io singhiozzavo disperatamente, senza fondo e ormai senza più ritegno. Ho pianto mentre lavavo i denti. Ho pianto prima di addormentarmi. Ancora adesso non ne voglio sentire nemmeno parlare di Hachikō.
Nelle diatribe, quelle di fondamentale importanza, come: panettone o pandoro, Beatles o Rolling Stones, cani o gatti, io mi sono sempre schierata dalla parte dei gatti. Ma vuoi mettere? Quegli esseri magici, sospesi tra domesticità e selvaticità, esseri in contatto col divino, enigmatici e solitari, autonomi e indipendenti. I gatti sono ansiolitici, i cani ansiogeni. Ovviamente intendevo dire che io ero un gatto, se proprio non con tutte quelle qualità insomma diciamo che tendevo verso, mi muovevo nel quadrante indipendenza-fierezza- libertà. Ecco, quella sera, la sera del film, ho fatto una scoperta terribile e inaspettata: ho scoperto di essere un cane. Un cane che ha fatto una promessa a cui resterà fedele per tutta la vita.
Io che volevo essere come lo stregatto astratto di Alice, Behemoth, il demoniaco gatto del Maestro e Margherita, la sfinge egizia con la sua imperturbabilità, io che continuo a immaginarmi a strisce rosa e viola appallottolata su un ramo col sorriso a mezzaluna un attimo prima di sparire.
Io sono un cane con una medaglietta al collo. Hachikō, fedele.
© Linda Ronzoni
Categorised in: Racconti della Peste!
This post was written by Federico
1 Comment
che io ero un gatto, se proprio non con tutte quelle qualità insomma diciamo che tendevo verso, mi muovevo nel quadrante indipendenza-fierezza