Un filo sottilissimo

Il 12 ottobre 2012 Nicholas Penny direttore della National Gallery di Londra è in riunione con Christine Riding, direttrice delle collezioni e della ricerca e Susan Noonan, direttrice commerciale.
È una mattina di cielo grigio, niente di nuovo per chi è abituato a vivere a Londra, e nella sala riunioni del direttore si sorseggia un caffè lungo aspettando Samuel Bennett, l’editor della Phaidon che si occuperà di una pubblicazione importante, un libro su Paolo Uccello.
Nicholas è nervoso, continua a controllare lo schermo del telefono.
Christine e Susan si lanciano veloci occhiate di disapprovazione.
Susan propone delle date per lo shooting fotografico. Le tele da fotografare sono due: La battaglia di San Romano e San Giorgio e il Drago.
Dopo l’ennesima occhiata allo schermo nero Nicholas batte un pugno sul tavolo.
Scusate, scusate, non so cosa mi sia preso, dice alle colleghe ammutolite.

Mi ha sempre affascinato la teoria dell’iceberg di Freud. Ovvero che la parte consapevole della nostra attività psichica corrisponda alla parte emersa dell’iceberg, mentre l’inconscio, il luogo nel quale si depositano tutti gli elementi mentali che hanno subito una rimozione, corrisponderebbe alla parte sommersa, dieci volte più grande rispetto alla parte visibile, secondo gli studi di glaceologia.
E la cosa che mi affascina non è solo la sproporzione incredibile tra conscio e inconscio, le cose che non so più sono dieci volte più grandi di quelle che so ancora, ma che l’inconscio, in questo parallelo simbolico, sia sott’acqua: nel buio e nel silenzio ovattato e misterioso delle profondità marine.

Gli antichi geografi raffiguravano l’oceano come un enorme serpente circolare.
Hic sunt dracones era la frase che i cartografi medievali scrivevano sulle mappe quando dovevano indicare un territorio selvaggio e sconosciuto. Quella scritta marcava un confine, un limite invalicabile della nostra conoscenza: fin qui stanno le terre sinora esplorate, di là, inizia ciò che ancora non conosciamo, il misterioso mondo dei draghi.

Oltre i margini conosciuti ci sono i draghi, i fuochi, il vuoto, il mostro; tutto ciò che esulando dal campo della nostra conoscenza si trasforma in mera possibilità.
Il drago è lo sconosciuto, il drago è un fantasma, una digressione, una maschera, un sogno, un lapsus, la dislocazione imprevista del nostro sentire. Il drago è uno specchio oscuro.
Il drago è il novanta per cento dell’iceberg.

Nelle storie occidentali classiche, il drago va sconfitto. San Giorgio è l’eroe cristiano che ripristina il bene sul male, protegge i valori condivisi, neutralizza il pericolo dei desideri socialmente inaccettabili. Ristabilisce l’ordine collettivo.

È questo che mi ammalia da sempre dell’opera San Giorgio e il Drago di Paolo Uccello?
Il drago che trascina con sé la potenza di tutti i suoi significati simbolici?
O forse mi affascina il cavaliere con la sua armatura luccicante che colpisce con una lunghissima lancia l’occhio del mostro?
No, non è il drago né il cavaliere che fanno di questo quadro una delle mie opere preferite da sempre. Basta qualche minuto di osservazione per capire chi magnetizza l’attenzione di questa piccola composizione.
La dama. La dama impassibile di profilo. O meglio il rapporto segreto tra la dama e il drago. O meglio quel filo sottilissimo.

Quello che sta succedendo in questa piccola tela è che c’è una principessa, composta ed esile, di profilo, come nelle rappresentazioni tardogotiche, che tiene con un filo un drago. Lo tiene non come fosse un guinzaglio, non sta cercando di soggiogarlo, ma crea un legame, una connessione. Lei e il drago sono nella stessa storia, forse il drago è emerso da poco dalla grotta scura sullo sfondo.
Il cavaliere è isolato sulla destra, corpo estraneo, cavallo imbizzarrito, nubi vorticose dietro di lui.
Non mi sembra di vedere nessuna principessa in pericolo, in attesa di essere salvata, piuttosto nel semplice gesto della sua mano intravedo un disappunto: ma cosa hai fatto? Ma chi ti ha chiesto niente? Ma Giorgio, c’era proprio bisogno di accecarlo il drago?

Quello che io vedo è un uomo con un’armatura, una corazza caratteriale diremmo se volessimo tornare al parallelo psicologico, che affronta il mostro uccidendolo.
E una donna immersa nella più profonda calma, nel silenzio della scena, che guarda il drago legandolo a sé con un filo che potrebbe essere spezzato in un secondo dalla furia del mostro, se solo lo volesse.

Quello che io vedo è la paura e il coraggio, come due possibilità di guardare il mostro.

La principessa guarda il drago con coraggio e saggezza, forse ne ha ancora paura ma è fiduciosa perché hanno fatto un patto: io ti lego questo sottilissimo filo al collo, vedi? Lo terrò morbido e ti prometto che sarò sempre gentile, tu drago potrai uscire dalla caverna, alla luce del sole per qualche ora ogni giorno, e potremo passeggiare assieme. Che ne dici?

Il 23 marzo 2013 io e mia sorella, in viaggio per tre giorni a Londra, decidiamo di andare a vedere alla National Gallery San Giorgio e il Drago. Questo quadro ci appassiona entrambe, ne abbiamo parlato spesso negli anni. Dentro di me più volte ho pensato che lei fosse un po’ come quella principessa e io il cavaliere temerario, oppure la caverna buia.
Consultiamo la mappa del museo e arriviamo emozionate davanti alla sala. Che però è chiusa con un pannello che ne impedisce l’accesso.
Un addetto fermo lì davanti ci spiega che oggi e domani la sala resterà chiusa al pubblico perché c’è uno shooting fotografico.
Io e Chiara ci guardiamo allibite.
Ma non è possibile nemmeno una veloce occhiata? Siamo venute apposta!
No! La risposta non lascia margini di contrattazione.
Da sopra il pannello si vedono i flash della macchina fotografica.
Rimaniamo in piedi lì davanti, non ci decidiamo ad andarcene.

Possiamo sentire, anche se non lo vediamo, quel filo sottile che ci ha attirato lì, l’onda insensata della violenza del cavaliere che rende ancora più potente il coraggio della principessa di stare al cospetto del drago.
Ci sembra di sentire le sue parole sussurrate.
Facciamo un patto?
Ti prometto che sarò gentile. 


Testo scritto da Linda Ronzoni, direttrice di Il Lazzaretto
Immagine generata in dialogo con Intelligenza Artificiale

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Questo articolo è stato scritto da Federico

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