Con la bici saresti già arrivato
Stiamo in posa; io frontale con le braccia dritte lungo i fianchi, tra me e l’obiettivo mio fratello, di tre quarti che inforca una bici da corsa. È la sua prima bici. È il suo decimo compleanno. Siamo entrambi magrissimi, lui sorride timidamente ma gli occhi brillano.
Dietro alla macchina fotografica c’è mio padre. Le foto sono destinate a pochi momenti speciali e questo è un momento che merita di essere immortalato.
Io sono una comparsa, mio fratello è l’attore non protagonista e poi c’è Lei.
La bicicletta è un’invenzione contemporanea a quella dell’automobile, entrambe sono un omaggio all’individuo e un inno alla meccanica. Ma le analogie finisco qui.
Ivan Illich, filosofo che ho imparato ad apprezzare per il suo Descolarizzare la società, ha scritto questo libricino che in italiano è stato tradotto col titolo Elogio della bicicletta.
Sfogliandolo scopro dettagli scientifici a sostegno del mio amore già smisurato per la bici.
L’uomo senza l’aiuto di alcuno strumento è capace di spostarsi con piena efficienza.
Per trasportare 1 grammo del proprio peso per 1 km consuma 0,75 calorie. L’uomo a piedi è una macchina termodinamica più efficiente di qualunque veicolo a motore e della maggioranza degli animali. L’uomo in bicicletta può andare tre o quattro volte più svelto del pedone, consumando un quinto dell’energia: per portare 1 grammo del proprio peso per 1 km brucia 0,15 calorie.
Munito di questo strumento, l’uomo supera in efficienza non solo qualunque macchina ma anche tutti gli altri animali.
La bicicletta sarebbe il mezzo ideale per muoversi in città se non avessimo deciso di consegnare le nostre città alle automobili e le nostre vite al capitalismo.
Le automobili hanno postulato la fine della città. L’auto non ha bisogno della città, se ne serve solo come un enorme parcheggio, della qualità dei suoi spazi e soprattutto della fruibilità delle strade e delle piazze non se ne fa nulla.
La rinascita delle città dovrebbe passare dallo sgombero delle strade dalle auto private, che se le sono prese senza pagare a nessuno questo diritto.
Con l’automobile, la città viene sottratta ai più, si espropria lo spazio che era garantito a fiere, mercati ambulanti, alle piazze in cui avveniva l’incontro con l’altro.
Vi ricordate l’ordinanza che impediva di sedersi sulla gradinata del Duomo di Milano?
A Milano un’auto si muove a una velocità media di 18 km all’ora e quegli striscioni che compaiono qua e là, sui cavalcavia, con la scritta: con la bici saresti già arrivato non sono una provocazione ma un semplice dato di realtà.
Mi chiedo: perché il nostro immaginario è così atrofizzato da non potersi figurare altro che un paesaggio urbano colonizzato dalle auto? Ogni politico di buon senso dovrebbe progettare lo spazio delle città partendo dall’assunto che l’auto, come bene privato, ha fatto il suo tempo, come i corsetti e lo zucchero bianco. L’auto ha un costo spropositato in termini di inquinamento, morti, degrado ambientale, sfruttamento delle risorse.
La bicicletta contrappone il piacere del mettere il corpo al centro dell’esperienza, di stare in uno spazio condiviso, al potere dell’auto che ci pone in una dimensione di isolamento in cui gli altri sono solo ostacoli, e noi proiettati tutti in avanti verso un punto da raggiungere velocemente.
La bicicletta ha in sé qualcosa di profondamente giusto: non consuma energie, che non siano quelle che possiamo mettere coi nostri muscoli, non fa rumore se non quelli perfetti della meccanica in movimento. Se la curi, non invecchia mai.
In bicicletta abbiamo al massimo quindici anni mentre diventiamo delle adulte incazzate appena ci sediamo alla guida di una macchina.
Partire dalla bici per smontare un pezzettino alla volta questo sistema non potrebbe essere un’idea?
Lei, la bicicletta protagonista della foto, era una Atala rossa, negli anni Settanta le bici erano solo Atala, Bianchi o Legnano. Possedere una bici da corsa, per mio fratello, significava avere diritto a muoversi nell’immaginario mitologico di mio padre, le sue gare come dilettante, la bici come fedele compagna di fuga e poi quel viaggio di cui si favoleggiava.
I miei genitori erano molto avari di racconti e proprio per questo la storia di quel viaggio era ancora più mitica alle nostre orecchie di bambini.
A vent’anni mio padre, assieme ai suoi due amici Giuseppe e Santino, aveva deciso di partire con la bici da corsa con cui gareggiava e andare a Roma. Sulle bici avevano montato dei portapacchi rudimentali per trasportare qualche vestito, la tenda canadese, il fornelletto e una pentola per la pasta. In una delle tappe erano finiti a Fiorenzuola di Focara, si erano accampati nel giardino della Fedora, una anziana signora gentile, e passeggiando la sera per il borgo avevano conosciuto mia mamma, mia zia e una loro amica.
Qui il racconto si faceva scarno di dettagli, chi aveva cominciato a corteggiare chi, come mai Santino non aveva poi concluso con l’amica di mia mamma, se c’erano state delle lettere… si saltava direttamente al matrimonio dei miei e al trasferimento a Milano.
C’erano però dettagli buffi: le lumache che avevano scorrazzato tutta la notte sulla faccia dei tre corridori stanchi, così stanchi da accorgersene solo la mattina, la sbornia presa da mio zio la seconda sera.
Non so se il mio rapporto con la bicicletta sia passato come un’eredità genetica, senza che potessi scegliere, e se quel senso di libertà sia stato mutuato dall’esperienza di mio padre; so che, anche per me, il primo viaggio in bici, la prima volta che sono uscita di casa con Silvia e ho detto al portinaio: andiamo in Sicilia! c’è stato qualcosa che si apriva, una possibilità semplice eppure grandissima, mi sono sentita così indipendente: non avevo bisogno di benzina, né di caselli, né di autogrill. In Sicilia ci sarei andata col ritmo instabile dei miei muscoli e del mio cuore, mi sarei sintonizzata sull’umore del cielo, avrei fatto i conti con la pioggia e il sole a picco sulla mia testa, ma avrei pure sentito che ogni tramonto e ogni discesa me li sarei conquistati tutti. E ogni volta un pezzo del mio potere su di me e sul mondo avrebbe preso spazio e quel potere non avrebbe sottratto spazio a nessun’altra, a nessun altro.
Anch’io avrei pedalato su quella strada panoramica che porta da Pesaro a Fiorenzuola e mi sarei fermata proprio su quella curva in cui si vede il campanile a picco sul mare e avrei avuto gli occhi stralunati di nostalgia. Perché quel mare lì era la nostalgia di tutto il mare che aveva visto mio nonno, mio zio, mia mamma, io da piccola mille volte.
Perché tre amici erano partiti con una bicicletta da corsa pensando che potevano mangiarsi il mondo e si erano ritrovati a ridere per delle lumache e per la promessa di un amore.
Testo scritto da Linda Ronzoni, direttrice di Il Lazzaretto
Gli editoriali del 2025 sono illustrati dall’artista visivo Andrea Q . In direzione del Festival, editoriale dopo editoriale, le sue opere offriranno sguardi intorno al binomio Potere-Piacere.
Per la newsletter di questo mese l’illustrazione di Andrea Q è: “Chiudi gli occhi, guarda nel buio”.
Categorised in: L'editoriale
This post was written by Federico
8 Comments
So che sono di parte, ma Linda fa sempre emozionare quando scrive! 🙂
😘😘😘
Bello davvero .Un ritaglio di vita vera parole che trasudano emozione autentica. Complimenti a Linda …ed e’ proprio vero che in sella ad una bici torniamo sbarazzine …in macchina delle vecchie pazze frenetiche 😁
Grazie Irene, rimaniamo umane, rimaniamo sbarazzine
Mi sono emozionata! Non l’ho ereditato, ma amo anch’io profondamente la bici ❤️ 15 anni al massimo quando pedalo, molto spesso senza mani…
Grazie Rossella
Sì, sono emozionanti ! Infatti, ad ogni inizio del mese so che leggerò un testo che proporrà una riflessione particolare, intelligente e degna di essere il principio di una serie di libri. Lo spero ! Leida
Grazie Leida ❤️