Corale
Nella nursery di un ospedale se un neonato comincia a piangere anche tutti gli altri cominciano a piangere. Ovvio, direte voi, il rumore acuto del pianto di uno è sufficiente a svegliare tutti.
Ma se, nella stessa stanza, con la stessa intensità acustica, si riproduce attraverso una musicassetta lo stesso pianto di quel neonato, nessun neonato della nursery si sveglierà. Nemmeno il neonato che è stato registrato.
Questo esperimento degli anni Settanta, ecco spiegata la musicassetta, ci dice che no, il rumore non è sufficiente a svegliare un neonato. Che non è il suono del pianto a svegliare tutti.
A quattordici anni, assieme alla mia amica Susanna, avevo cominciato a fare parte di un coro; c’era un volantino appeso fuori dall’oratorio che invitava a presentarsi per una prova e ci eravamo andate, più per noia che altro. Eravamo state catalogate come contralto e senza di noi il coro non sarebbe partito. Il martedì e il giovedì cantavamo canti gregoriani, Palestrina e Bach, fino ad addentrarci, negli anni, in repertori di musica polifonica contemporanea.
Non era una cosa di cui vantarsi a quattordici anni, far parte di un coro. Non era una roba cool nemmeno negli anni successivi, lo sarebbe diventata molti anni più tardi, un po’ come fare a maglia e ricamare. Quindi evitavo di parlarne e rimaneva una mia attività quasi segreta.
Ma ricordo esattamente la sensazione di piacere che mi dava sentire la mia voce che si armonizzava con le altre, la soddisfazione, dopo mille interruzioni e correzioni del maestro, dopo ore e ore di prove, di sentire che tutto quadrava, ogni singola voce era al suo posto e questo rendeva l’insieme potente, insieme eravamo maestosi e potenti.
Il maestro, che si fregiava di possedere un orecchio assoluto ma assoluto per davvero, intonava le prime note per darci oltre alla tonalità anche il tempo da tenere.
Prima della nascita del metronomo il tempo si stabiliva partendo dal battito cardiaco del capo cantore che batteva il ritmo del suo cuore con una mano sulla spalla del cantore al suo fianco e via via ogni cantore, disposto in un semicerchio, batteva il ritmo sulla spalla del vicino finché, accordati tutti sullo stesso ritmo, si poteva cominciare.
Michael Foucault scriveva che il potere nella nostra società si esercita principalmente attraverso una sorveglianza e una regolamentazione costante dei corpi.
Carcere, scuola, esercito, ospedale, lavoro.
Questi apparati non sono altro che un costante controllo e normalizzazione dei corpi.
Lo scopo è isolare e disumanizzare il corpo facendolo diventare oggetto.
Anche Pasolini nei suoi Scritti corsari descrive il potere come qualcosa che si dissocia dall’umanità trasformandola in oggetto.
Siamo così abituati a una cultura che oggettivizza i nostri corpi che abbiamo interiorizzato la prospettiva di un osservatore esterno passando così dall’oggettivazione all’auto-oggettivazione.
Ci percepiamo solo come oggetto osservato. Ci vediamo senza più sentirci.
Ogni tanto mi ricordo che ero un coro, che ero una neonata che veniva svegliata dalla vibrazione del corpo di un altro neonato, e allora mi chiedo come fare a ripensare al mio corpo non come un oggetto ma come uno strumento di piacere.
Se ho perduto quella possibilità come faccio a stabilire una disciplina, un allenamento, che mi riabitui al sentire, al percepire con tutti i sensi, più che al semplice vedermi che attiva il controllo e la frammentazione?
Provo a immaginare come sarebbe sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei fulmini che squarciano la ionosfera. O sui 20.000 Hertz del fischio di un delfino, sul basso ciclico infrangersi delle onde dell’Oceano Pacifico, nello spettro di intensità delle fusa del mio gatto.
O ancora sincronizzare i due emisferi del mio cervello a 4 Hertz come una vecchia che recita il rosario o uno sciamano nella trance dello stato Theta.
Immergermi, proprio come nelle onde dell’Oceano, cambiare me stessa nel suono, sospendere il regime del pensiero per passare a quello governato dall’ascolto.
Non più tremare ma vibrare, come in quel coro dei miei quattrodici anni in cui la mia voce e il mio corpo si sentivano al sicuro perché c’erano altri corpi a cantare con me.
Un coro, ecco quello che servirebbe, che oscilla tra potere e piacere.
Tra gli 8 e 432 Hertz.
Tra la frequenza del mio cuore e quella, cinque ottave più su, in cui tutto risuona.
Testo scritto da Linda Ronzoni, direttrice di Il Lazzaretto
Gli editoriali del 2025 sono illustrati dall’artista visivo Andrea Q . In direzione del Festival, editoriale dopo editoriale, le sue opere offriranno sguardi intorno al binomio Potere-Piacere.
Per la newsletter di marzo l’illustrazione di Andrea Q è: “Separa e dividi”.
Categorised in: L'editoriale
This post was written by Federico
12 Comments
Toccante ritrovare quanto siamo figli dei suoni. E figli delle stelle. Anche col tempo 4/4, come faceva Sorrenti per danzarci sopra. Grazie, E mi auguro di fare non appena possibile qualcosa insieme a voi.
Michele ti aspettiamo al Lazzaretto!
Il controllo dei corpi sì. In particolare esercitato sui corpi delle donne, ultimamente anche e soprattutto attraverso la dittatura dei social networks che ci imprigionano in modelli faticosissimi da seguire. E così per ubbidire alle innumerevoli forme di dittatura, ci scordiamo di cosa sarebbe la vita libera da costrizioni. Innalziamo la consapevolezza
Eh sì Lorella, anzitutto sui corpi delle donne, sempre e ancora ahimé. Ma proviamo ad allenarci alla consapevolezza ogni giorno un po’. Non vedo altre strade.
Ti leggo sempre, ma forse non lo immagini. Vorrei scriverti sempre, ma poi non lo faccio. Tutte le volte i tuoi editoriali mi scuotono, a volte più, a volte meno. Ma lo fanno sempre.
Sei una bomba. Se non scrivi un libro, anzi due, tre… sei pazza. Ti penso spesso, vorrei chiamarti, ma poi non lo faccio mai.
Barbara grazie, scrivimi, chiamami! Sono solo felice di creare scuotimenti.
Mi sto sintonizzando sulle fusa della mia gatta. 1 live, 1 heart
😻😻😻
Ascoltarsi, immergersi nel corpo e sentire l’universo.
Piacevolezza dell’immersione tra vecchi e ritrovati suoni. Tornare a galla e ritrovare l’altro. GRAZIE per le suggestioni dello scritto.
Grazie a te Santina
Perché non farlo, un coro al Lazzaretto?
Ci stiamo pensando 😍