Elogio del corridoio

Il living room multifunzione all’americana, il «grande spazio dove la famiglia vive» sarebbe nato per stabilire un «assoluto contatto tra lo spazio interno e spazio esterno» e per congiungere gli ambienti superando «i molteplici cubetti ottocenteschi» piccoloborghesi.

Prima era il Medioevo e nelle abitazioni medievali tutti mangiavano alla stessa tavola, lavoravano negli stessi locali, dormivano nel salone comune, trasformato di notte in dormitorio; gli animali, i servi, gli apprendisti, gli operai, erano membri della famiglia del loro maestro e padrone.

Poi arrivò l’enfilade una sorta di corridoio implicito, ma ancora spurio.
Questo modo di progettare era comunemente usato nella grande architettura europea dal periodo barocco in poi. Le porte di ciascuna stanza sono allineate le une con le altre lungo un unico asse; questo consente di percepire con un unico sguardo l’intera infilata di stanze.
«Fatto di varchi che si aprivano tutti dalla stessa parte e sullo stesso asse, era un percorso nella luce perché si srotolava di fronte ad alte finestre, ma appariva come una soluzione più ottico-manierista che altro, dato che non pretendeva di risolvere il tema della promiscuità»1

Poi arrivò la privacy. Poi arrivò il corridoio. Nell’edilizia ottocentesca il corridoio rappresentava il superamento del sistema dell’infilata di stanze comunicanti del secolo precedente, consentiva di spostarsi per la casa senza violare lo spazio altrui, permetteva di lasciare all’ingresso le scarpe e nascondeva la casa agli estranei. Questa ultima funzione era ulteriormente enfatizzata dall’uso delle porte a bussola. La padrona di casa si infilava tra bussola e porta d’ingresso: i garzoni non avevano idea, e non dovevano averla, di quali quadri fossero appesi alle pareti e quanto riccamente la casa fosse arredata.

Poi arrivò il consenso alla privacy. Il Garante della privacy. I selfie. Le storie di Instagram. E allora via la porta a bussola, giù le pareti, addio al corridoio, addio al proprio spazio intimo, privato, all’isolamento, al silenzio. Benvenuto living room.
Il padrone di casa poteva apparire alla vista del corriere di Amazon nel suo «elegante ambiente unico», stravaccato sul divano, in pigiama. Poteva preparare una salsiccia en plein air, nella libertà totale degli spazi senza pareti e produrre un droplet di un miliardo di goccioline di grasso che si depositavano sul divano, sul televisore OLED, sulla cuccia del cane Tokyo.

Poi arrivò il Covid e le zone rosse e poi arancioni e poi arancioni rinforzate e la casa da luogo di rappresentanza in cui tornare la sera dopo il lavoro, tornò ad essere un luogo di funzioni, in cui vivere tutta la propria giornata, con tutta la famiglia, animali compresi, e dopo secoli lo stanzone multifunzionale medievale che adesso chiamavamo living room, mangiare-lavorare-dormire tutti insieme sempre insieme, era tornato a mostrare le sue criticità.
Poi l’Associazione nazionale avvocati divorzisti disse che il lockdown del 2020 aveva portato un aumento annuo delle separazioni pari al 60% e tutti ripensarono con nostalgia a quei bei corridoi lunghi con le porte chiuse su stanze in cui si facevano cose specifiche, precise, separati dagli altri. E poi venne la nostalgia di quando non si scattavano 1.42 triliardi di selfie all’anno e qualcuno scrisse un Elogio del corridoio e si cercò di trovare quel momento preciso in cui avevamo rinunciato al privato e chiesto a un’autorità di salvaguardarci la privacy.


NOTE
1 Manolo De Giorgi, Il corridoio, in Domus, n. 973, Editoriale Domus, pp. 18-22
BIBLIOGRAFIA
Riccardo Frola, Elogio del corridoio [ https://antinomie.it/index.php/2020/04/06/elogio-del-corridoio/ ]

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

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