Formaggio, prugne e felicità

Il suono affricato postalveolare sordo t͡ʃ obbliga a chiudere i denti, le iiidistendono le labbra in qualcosa di simile a un sorriso.

Il primo Cheese della storia pare sia stato pronunciato da Franklyn D. Roosevelt.
Il primo presidente americano, e dunque uno dei primi politici in assoluto, ad affidarsi a consulenti di immagine. Ma quando esattamente nel mondo occidentale si è deciso che nelle rappresentazioni ufficiali di sé si dovesse sorridere? E perché?
Uno studio della University of California e della Brown University, sulla base di un campione di 37.000 studenti tra il 1905 e il 2013, ha mostrato che nessuno sorrideva nelle immagini fino alla seconda guerra mondiale.
La studiosa Christina Kotchemidova ha scoperto che ai tempi delle prime foto in studio, in Gran Bretagna nel 1841, i fotografi chiedevano ai soggetti dei loro ritratti di dire Prunes, per far sì che tenessero le labbra chiuse. Il sorriso a bocca larga sarebbe stato più difficile da catturare sulla pellicola. Secondo la studiosa a permetterci di sorridere in foto furono quindi «otturatori delle fotocamere più veloci, l’avvento delle democratiche macchine fotografiche con la pellicola e l’arrivo delle cure dentistiche». E ovviamente la pubblicità: “salva i tuoi momenti di gioia con Kodak” recitava una riuscitissima campagna degli anni Sessanta, imponendo così il sorriso come lo standard di una buona foto e di un buon ricordo da conservare.

Ma facendo un passo indietro, o in avanti, siamo sicuri che il sorriso comunichi sempre felicità, non è che ci siamo persi per strada qualche sfumatura che sta dietro al gesto di tirare in su le labbra e mostrare i denti?

È difficile che uno scimpanzé mostri i denti se non è spaventato, e nel macaco si è osservato che questa espressione, il sorriso coi denti esposti, viene offerta dal subordinato al dominante e mai il contrario. Rappresenta un indicatore della gerarchia.
Si tratta di un segnale sociale molto forte che mescola la paura con il desiderio di accettazione. È un po’ come quando un cane ci si mette a pancia all’aria e mostra la gola fiducioso del fatto che non approfitteremo delle sue parti più vulnerabili.
Noi umani lo usiamo quando può scoppiare un conflitto, i piccoli e innocui conflitti in cui siamo immersi ogni giorno, così come negli scontri veri o simbolici che mettiamo in scena.
Uno studio sulle fotografie scattate immediatamente prima degli incontri di pugilato dell’Ultimate Fighting Championship ha scoperto che in tutte le foto entrambi i contendenti si squadrano spavaldamente l’un l’altro, apparentemente senza nessuna paura. Ma l’attenta analisi ha rivelato che il pugile con il sorriso più grande è quello che più tardi perderà nello scontro. I ricercatori sono giunti così alla conclusione che sorridere indica una minore dominanza fisica e che il pugile che sorride di più è quello che si sente più debole e spaventato.

A seconda delle circostanze, il sorriso può esprimere nervosismo, desiderio di piacere agli altri, accoglienza, sottomissione, volontà di rassicurare altre persone ansiose, divertimento, attrazione e così via.
Soltanto il “sorriso di Duchenne” è un’espressione sincera di gioia e di sentimenti positivi.
Nel XIX secolo il neurologo francese Duchenne de Boulogne studiò le espressioni facciali ricorrendo alla stimolazione elettrica del volto di un uomo che aveva perso la percezione del dolore. Con questa tecnica Duchenne riuscì a fotografare e catalogare con successo una molteplicità di espressioni ma restò sempre perplesso di fronte ai sorrisi che non apparivano mai felici. Anzi sembravano decisamente falsi. Finché un giorno il neurologo raccontò una storia divertente e ottenne come risposta un sorriso felice: l’uomo non si era limitato a sorridere con la bocca. Il sorriso Duchenne si origina sì dalla contrazione dei muscoli zigomatico maggiore e zigomatico minore vicino alla bocca, i quali sollevano a loro volta l’angolo del labbro, ma, e qui subentra la sfumatura singolare: si formano anche delle piccole rughe attorno agli occhi, perché si contraggono sia le guance che il muscolo orbicolare vicino agli occhi. Duchenne giunse quindi alla conclusione che, mentre la bocca può produrre un sorriso a comando, i muscoli vicino agli occhi non sono in grado di fare lo stesso. Il sorriso di Duchenne è controllato dalla corteccia motoria e dal sistema limbico. In sostanza è un gesto che coinvolge la parte emotiva del cervello.

Il mondo, in questo ultimo anno di zone rosse, arancioni e gialle, l’abbiamo incontrato soprattutto nelle facce sorridenti su Facebook e su Instagram, quei sorrisi nati per essere segnali di felicità rivolti al resto del mondo, prodotti deliberatamente e con lo scopo di rendersi reperibili in abbondanza in rete, sotto forma di milioni di selfie.
Dopo un intero anno di assenza, ci mancano i sorrisi Duchenne, ci manca tornare a fare esperienza del mondo e delle facce, a contatto diretto e non attraverso la loro rappresentazione rattrappita nell’auto referenzialità; ci manca il mondo disordinato, complicato e pieno di contraddizioni che può stare dietro a un sorriso cheese o dietro a una smorfia prunes, e forse abbiamo paura che a un certo punto non ci mancherà nemmeno più e saremo sempre meno allenati a capire la differenza tra un cheese e un Duchenne.

Quando abbiamo deciso di sacrificare la nostra complessità sull’altare dell’omologazione?
Quando abbiamo smesso di farci domande sulla differenza tra vero e verosimile?


BIBLIOGRAFIA
Frans de Waal, L’ultimo abbraccio. Cosa dicono di noi le emozioni degli animali Raffaello Cortina Editore, 2020

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

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