La Peste è il saltimbanco dell’anima mia

Nell’Occidente medievale molti sono gli individui reali o immaginari a cui la letteratura o l’iconografia attribuiscono vesti rigate. Tutti, ognuno a proprio modo, degli esclusi: l’ebreo e il buffone, l’eretico e il saltimbanco, il lebbroso, il boia, la prostituta, il folle dei Salmi, i minorati, i pazzi, i carcerati; i macellai, i fabbri e i mugnai, tre mestieri considerati disonorevoli.
Tutti alterano o pervertono l’ordine prestabilito, tutti hanno a che fare col Demonio.
Nei secoli le cose sono cambiate parecchio, le righe sono diventate segno di distinzione positiva tra Cinquecento e il Seicento, usate per l’abbigliamento dei bambini, dei costumi da bagno, le maglie delle squadre di calcio, i gessati dei gangster.
La zebra per secoli considerata animale satanico per via del proprio mantello, nel 1764 viene descritta dal naturalista Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon tra tutti gli animali quello più ben fatto e più elegantemente vestito.

Qualche mese fa mi sono imbattuta in un bellissimo saggio dal titolo La stoffa del Diavolo scritto da Michel Pastoureau e mi sono ricordata della mia passione smodata, dai tredici ai diciassette anni, per l’abbigliamento a righe. Una camicia a righe bianche e blu che mettevo con dei calzoni a pois bianchi e blu e mi facevano sentire chic e audace. Un vestito bianco e giallo. Un paio di pantaloni a righe bianchi e verdi che mettevo sempre abbinandoli a una felpa della Benetton multicolore, tasche rosse, una manica gialla e una verde. Cosa darei per poter riavere quella felpa che adoravo, come si faceva ad adorare così una felpa? Finché un giorno mia madre mi riportò sdegnata il commento di una sua amica che avevo incontrato quel pomeriggio, per caso, per strada, ha detto che sembravi un pagliaccio. Da quel giorno la felpa ho cominciato a metterla con dei più sobri jeans blu e nel giro di poco, senza che me ne accorgessi, ho cominciato a mettere vestiti sempre più anonimi, fino a comprare dei jeans di Armani ed esibire con orgoglio di appartenenza l’aquilotto sul sedere, come i miei compagni di classe. Da lì in poi è sempre stata una lotta tra osare ed essere sguaiata o parlare sottovoce con sobri capi eleganti. Ordine, disordine.

Forse le righe dei diciassette anni provavano a mettere in forma il disordine, a disciplinarlo senza eliminarlo. O forse provavano a far parlare la parte disordinata con quella ordinata, il caos dentro di me col bisogno di rigore. O forse era il mio modo per alterare l’ordine stabilito, cambiarlo in qualcos’altro di cui non avevo la più pallida idea.
Ordine, disordine, come Donald Sutherland in Sei gradi di separazione che mostra il Kandinsky dipinto su due lati a Will Smith: Noi lo facciamo girare è un bell’effetto, ordine-disordine-ordine-disordine, ti piace, ti piace? Avevo venticinque anni quando il film è uscito in Italia e la mia passione per i vestiti a righe era sotterrata da qualche parte assieme alla mia felpa della Benetton sotto una montagna di vergogna e senso di inadeguatezza. Il film dopo un anno l’ho comprato in videocassetta e l’ho guardato fino a consumarlo, facendolo vedere a chiunque fosse importante per me. C’è Donald Sutherland che dice che il segreto per fare un’opera d’arte è sapere quando fermarsi. C’è Will Smith che parla del Giovane Holden. C’è Stockard Channing, la Rizzo di Grease, che alla fine del film chiede: che valore diamo all’esperienza? Ma soprattutto c’è quel Kandinsky che gira, ordine e disordine, ordine e disordine.

Negli ultimi vent’anni non ho più riguardato Sei gradi di separazione. Per paura, capita di non ritrovarsi più dopo tanti anni, nei film, nei libri, e mi dispiacerebbe. Forse anche per paura di scoprire che non sto più negoziando con il mio disordine, per paura di aver sotterrato il saltimbanco dell’anima mia assieme al giubbino multicolore della Benetton.
Domani vado a fare shopping, giuro che non mi do pace finché non trovo un bel vestito a righe o in alternativa qualcosa di chiassoso e molto colorato, ma così colorato da rendere giustizia a tutti i pantaloni a righe del passato e tutti i pois e le tasche rosse e verdi. Voglio vedere il saltimbanco stiracchiarsi, scrollarsi di dosso la terra, fare un salto all’indietro e dire: eccomi, vi sono mancato?

 

words © Linda Ronzoni
image © Cyrus Crossan / Unsplash

Categorised in:

This post was written by Linda Ronzoni

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *