La peste è un orologio in ritardo
Erik mangia solo cose bianche, si veste solo con vestiti di velluto a coste e vive in una casa con una sola stanza, così piccola che la chiama scherzosamente l’armadio. Ci sarebbe un’altra stanza nella casa ma la tiene chiusa a chiave. Nessuno ha mai visto cosa si nasconda dietro a quella porta chiusa. E la chiave sta al sicuro nella tasca della giacca di velluto a coste.
Nostalgia è una parola moderna. Fu Johannes Hofer, studente di medicina, a introdurre il neologismo Nostalgie nella sua tesi di dottorato, nel 1688. La Nostalgie di Hofer è la malattia di cui soffrono i soldati svizzeri che trascorrono molti anni lontano da casa. È la malattia della lontananza. Hofer nella sua tesi descrive questi soldati, malati di desiderio di tornare, che iniziano a piangere, senza riuscire a darsi una spiegazione e senza farsene una ragione, all’ascolto del Ranz des Vaches, il canto dei vaccari. Al punto che ne verrà proibito l’ascolto alle truppe svizzere, perché provoca così tanto dolore da indurre i soldati al suicidio.
Da quel momento il canto dei vaccari diventa un topos della nostalgia; Beethoven lo inserisce nelle proprie opere come elemento pastorale. Rossini gli dedica la sua Ouverture del Guglielmo Tell.
Penso ai soldati svizzeri, che singhiozzano al suono del corno alpino che gli ricorda casa, e mi chiedo: le prossime generazioni potranno ancora ammalarsi di nostalgia?
L’uomo che vive nei nonluoghi della contemporaneità, negli spazi della provvisorietà, negli spazi di passaggio, gli aeroporti, i centri commerciali, le catene di fastfood, luoghi senza relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva, potrà ancora provare la perdita della casa?
Ma forse questa esperienza è già preclusa a noi, non c’è bisogno di aspettare le prossime generazioni. Per noi che i nonluoghi sono quelli virtuali della rete, che ogni link è una soglia, ogni pagina web una finestra sul mondo e tutto è vicino e raggiungibile.
Che cosa significa per noi, oggi, desiderare di tornare a casa?
Abbiamo perso i luoghi, stiamo perdendo le cose. Ci troviamo nel periodo di passaggio dall’era delle cose all’era delle non cose. All’ordine terreno subentra l’ordine digitale. Tutto si fa più inafferrabile e inattendibile. Le informazioni sostituiranno gli oggetti.
Vi ricordate le mappe? Che non si riuscivano più a ripiegare una volta aperte e si consumavano le città nelle pieghe? Vi ricordate il telefono di bachelite, con il disco centrale e i buchi per comporre i numeri, appoggiato sul centrino in anticamera? Gli orologi con la rotellina della carica manuale che erano sempre in ritardo? Vi ricordate le lettere? I fili?
Le cose che hanno vissuto con noi e sono state testimoni delle nostre vite, sono state la traccia del nostro passaggio nel mondo. Le cose non sono solo cose, sono le nostre relazioni, le nostre storie individuali e collettive. Le cose trattengono il bagliore della nostra esistenza. Anche dopo la nostra morte.
Che gli oggetti ci sopravvivano per me è confortante.
Abbiamo perso i luoghi, stiamo perdendo le cose. C’è restata la musica. Capace di penetrare come una lama improvvisa nella nostra indifferenza quotidiana. Quel ritornello di un pezzo che abbiamo amato che stana, senza preavviso, ciò che pensavamo di aver dimenticato. Ognuno ha il suo canto dei vaccari, il suo tempo felice perduto per sempre.
La mattina del 2 luglio del 1925 un gruppo di amici di Erik apre la stanza segreta. La chiave non si trova e la serratura viene divelta. Nella stanza vengono trovati centinaia di ombrelli, alcuni ancora incellofanati. Quegli ombrelli che Erik portava al braccio nelle sue lunghe passeggiate, senza mai aprirli, nemmeno nei giorni di pioggia, per paura che si bagnassero.
Questo era il segreto che Erik Satie ha celato dietro alla porta chiusa a chiave fino al giorno della sua morte. Questa l’eredità che ha lasciato.
Ombrelli.
E la sua musica per ritrovare la strada di casa.
Bibliografia
Dieci splendidi oggetti morti
Massimo Mantellini
Einaudi, 2020
Le non cose
Byung-Chul Han
Einaudi Stile libero, 2022
Yesterday, la filosofia della nostalgia
Lucrezia Ercoli
Ponte alle Grazie, 2022
nonluoghi
Marc Augé
Elèuthera, 2018
Credits
image: © Tamas Dezsö
text: © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto
Categorised in: L'editoriale
This post was written by Federico
2 Comments
Raramente oramai si leggono scritti così belli e profondi , grazie anche per le scoperte che questa lettura ci offre. Vorrei ripubblica sulla mia pagina fb. Un saluto
Grazie Daniela, è un piacere per me ricevere degli apprezzamenti così sentiti. Ripubblica pure tenendo i crediti 😉
Grazie mille e speriamo a presto