La tribù del futuro
Faccio le corna per tutto quello che penso di male nella mia vita su tutti e per tutto quello che pensano di male nella loro vita tutti su tutti.
C’è una bambina che ogni sera prima di dormire tira fuori il braccio dalle coperte e facendo le corna con la mano destra tocca il ferro della sbarra sul lato del suo letto, stando molto attenta che le coperte non interferiscano col ferro, che la mano non sfiori né la lana della coperta né il cotone del lenzuolo.
E pronuncia una frase magica che proteggerà sé stessa e la sua famiglia da ogni male per sempre. È il suo rituale privato e segreto. Ma che quella cosa si chiami rituale quella bambina lo scoprirà molti anni più tardi.
Il rituale nasce dall’urgenza di agire in situazioni limite che ricordano all’uomo la precarietà della sua condizione. Rappresenta un modo di affrontare l’angoscia di fronte a ciò che è minaccioso, a ciò che è fuori dal nostro controllo, fuori dal nostro potere.
Sono azioni simboliche che creano un legame tra il quotidiano e il sacro. Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità.
L’antropologo Arnold Van Gennep nel suo libro Riti di passaggio schematizza il modello dei riti in tre tappe fondamentali. Separazione: l’individuo si distacca dalla sua vecchia condizione, sia fisicamente che simbolicamente.
Liminalità o margine: l’individuo si trova in una condizione intermedia, tra la sua vecchia condizione e la nuova. È questa la fase in cui si sottopone ai rituali.
Aggregazione: l’individuo viene reintegrato nella società, con il suo nuovo status e i suoi nuovi compiti.
Alcune popolazioni della Mongolia lasciavano i propri figli nella steppa con l’arco e una sola freccia; i genitori restavano in attesa che facessero ritorno con una preda commestibile affinché dimostrassero di essere in grado di cavarsela da soli e procacciarsi il cibo. Altre culture abbandonavano i figli in una foresta impenetrabile aspettandosi che trovassero la strada di casa e sopravvivessero agli animali selvaggi per potersi definire uomini.
Il rituale ha a che fare con la soglia, con la porta, con l’attraversamento; il passaggio è metaforico ma anche materiale e per questo numerosi riti si concretizzano nell’atto di fare un salto, di varcare una soglia o di passare sotto un portico.
Non sono sicura che, per quanto l’immagine sia molto romantica, essere lasciata da sola nella steppa con un arco e un’unica freccia avrebbe tolto l’angoscia e il bisogno di controllo sugli eventi a quella bambina bisognosa di prendere le distanze dalle sue paure.
Ma certo una tribù che, sì, ti abbandona in una foresta ma che poi ti riaccoglie festosa, se non sei stata sbranata da qualche animale, può prendere sulle spalle quel bisogno di controllo dell’ignoto, dell’imprevedibilità della vita e della paura del fallimento, che per una sola persona è un carico impossibile da gestire. Figuriamoci per una bambina.
Abbiamo costruito un mondo ossessionato dal controllo e dalla paura perché abbiamo pensato di avere le spalle abbastanza larghe per poter fare tutto da soli.
Abbiamo confuso bisogno di sicurezza e controllo.
Abbiamo perso ogni forma di sacralità e il senso di inviolabilità.
Abbiamo eliminato i grandi riti di passaggio ma abbiamo inventato la beauty routine.
Dice l’antropologa Mary Douglas: “Uno dei problemi più gravi dei nostri giorni è la sfiducia nei simboli, l’ampio ed esplicito rifiuto dei rituali in quanto tali. ‘Rituale’ è diventata una brutta parola, equivalente a conformismo vuoto: assistiamo a una rivolta contro il formalismo, anzi contro la forma”.
C’è una bambina che prende un quaderno e una penna e comincia a disegnare delle storie, come se fosse un fumetto. È il suo rituale pomeridiano. Nel fumetto c’è un ragazzo che esce dalla foresta, sembra quasi una belva, sporco, con dei tagli sul corpo e i piedi consumati dal lungo cammino, tiene gli occhi strizzati perché è appena emerso dalle profondità oscure della selva e si deve abituare al sole. Mostra il petto fiero, sa che al villaggio lo aspettano.
Ha avuto paura, tanto che il cuore sembrava scoppiare, perché il pericolo era dietro ad ogni albero ritorto, su ogni ramo, nascosto nelle gole abissali, ma aver oltrepassato la paura lo ha reso forte e degno di far parte della sua grande famiglia.
Guarda in alto e ringrazia gli dei che l’hanno protetto.
La bambina è totalmente immersa mentre disegna la scena del ragazzo e della foresta.
Sente una grande nostalgia per quel tempo perduto, per la foresta, per la fierezza, per quella grande famiglia che lo attende.
Ma se non si può riavere la foresta, le belve feroci e le prove di coraggio bisognerà inventarsi qualcosa per non avere solo quella frase magica da ripetere ogni sera, che poi non è veramente magica.
Compito per domani: immaginare una tribù del futuro, ancora più bella di quelle del passato, scrive la bambina con la sua Bic blu.
Testo scritto da Linda Ronzoni, direttrice di Il Lazzaretto
Gli editoriali del 2025 sono illustrati dall’artista visivo Andrea Q . In direzione del Festival, editoriale dopo editoriale, le sue opere offriranno sguardi intorno al binomio Potere-Piacere.
Per la newsletter di questo mese l’illustrazione di Andrea Q è: “Abbi fede nell’infinito”.
Categorised in: L'editoriale
This post was written by Federico
2 Comments
“Abbiamo eliminato i grandi riti di passaggio ma abbiamo inventato la beauty routine” e’ il mio nuovo mantra. Lo recito post skincare dell set. Grazie Lunda ❤️
😛😛😛