Mari pieni di salsedine

“che poi io odio stare in spiaggia: la sabbia, la crema solare 50 che ti sei dimenticato un angolino sulla spalla e ti scotti proprio lì…”
“sì anch’io negli ultimi anni sono diventata insofferente alla vita da mare, sarà l’età, si diventa insofferenti a tutto”.

L’estate per me è sempre stato quello spazio aperto, alto e arioso, in cui riappropriarmi del mio corpo.
C’era l’asilo, la scuola, il lavoro, le palestre. Un anno intero, ogni anno, per affinare la perversa pratica del sottrarsi al proprio corpo.
Ma poi l’estate era il momento per recuperare il corpo libero dell’infanzia. Quel corpo libero e selvatico la cui irrequietezza era stata solo placata dalle suore dell’asilo, dai banchi di scuola e dal lavoro poi.
Quel corpo libero e felice in cui vibrava lo slancio congenito, ferino, dei bambini; il desiderio sensuale di conoscenza del mondo e di ritorno alla natura, inteso come luogo originario, prima che le nostre nature selvagge si adattassero, venissero piegate con tenacia, al sistema delle cose. Quelle cose materiali di cui abbiamo imparato ad avere costante bisogno e che, guarda un po’, sono sempre fuori da noi, e quindi fuori dal nostro corpo.
Tornare nel corpo dell’infanzia significava riconoscere che quell’abbondanza e quella ricchezza che ci viene chiesto di trovare nell’acquisto e nel desiderio compulsivo di cose, si trovano in realtà proprio nel nostro corpo. Significava mettere in discussione il costrutto stesso di desiderio che nella nostra cultura si esprime solo in presenza di un oggetto.

Nuotare, scottarsi la schiena, riempirsi di sabbia, avere la pelle secca per la salsedine, stare a piedi nudi, essere sensuali come quando eravamo bambini, ritrovare ancora nei nostri corpi di adulti insofferenti degli innocenti impulsi selvatici: sentire il corpo che reagisce, si attiva, vibra, funziona secondo le istruzioni originarie.
Osservare in quali gabbie ci siamo abituati a stare fin da piccolissimi, in nome della buona educazione contro la nostra perversa natura selvaggia da addomesticare. La puntualità, l’obbedienza, l’ordine e l’efficienza.

La natura selvaggia di un orso si è evoluta, in centinaia di migliaia di anni.
Quando si mette un orso in gabbia l’orso cammina senza sosta avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, fino a quando le sue zampe sanguinano.
Le sue zampe sanguinanti raccontano una storia: una storia di enormi spazi aperti, di fiumi impetuosi che pullulano di pesci, di funghi odorosi nel terreno umido sotto le rocce, della fragranza dei mirtilli selvatici trasportata per chilometri dal vento.

Forse anche i nostri piedi, come le zampe insanguinate dell’orso, i nostri corpi tutti, continuano a raccontare una storia che ha solo bisogno di orecchie che la sappiano ascoltare; una storia di foreste piene di alberi da scalare, fiumi in cui nuotare, barche per navigare, mari pieni di salsedine per seccare la nostra pelle addomesticata.


Bibliografia
Henry David Thoreau, Walden. Vita nel bosco (Feltrinelli, 2014)
carolblack.org/on-the-wildness-of-children
Credits
image © Vivianne Sassen
text © Linda Ronzoni – Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

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