Un ventaglio che non serve più

Autunno, in italiano. In latino autumnus, autumn in francese, otoño in spagnolo, toamnă in rumeno. L’etimologia, comune a diverse lingue indoeuropee, è da ricollegarsi al verbo latino augere ovvero aumentare, arricchire, il cui participio passato auctus + la desinenza -mnus danno origine al latino autumnus.
In greco è φθινοπωρο, “lo svanire dell’estate”. in lituano è ruduo, da ruda che significa rossastro, come le foglie d’autunno, appunto.
Ai giapponesi, come al solito, piace vincere facile. I kanji per raccontare l’autunno sono decine: shūki, 秋気 che significa senso o atmosfera dell’autunno, zansho 残 ovvero il “calore residuo”, l’ultimo colpo di coda dell’estate, o ancora shinryō 新涼 che vuol dire “nuova frescura”, kogarashi 木枯らè  il vento dell’autunno freddo e pungente, letteralmente che “scompiglia alberi”, suteōgi 捨て扇 “un ventaglio che non serve più”.

Per gli anglofoni invece la questione è più complessa: la stagione è la stessa ma le parole sono due. Autumn e Fall. Nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo la parola più comune per indicare l’autunno era harvest, cioè raccolto, perché quello era il periodo in cui veniva praticato; a partire dal Sedicesimo secolo si diffuse l’utilizzo di autumn che – come primetemps – era stato importato dalla Francia nel Dodicesimo secolo; la parola si ritrova già nelle opere dello scrittore Geoffrey Chaucer nel Trecento, quando però era rarissimo nell’uso comune, ed è attestata anche in quelle di William Shakespeare: in Sogno di una notte di mezza estate, per esempio, si parla di “The spring, the summer, the childing autumn, angry winter”.
Sempre nel Cinquencento si diffusero le espressioni spring of the leaf e fall of the leaf, per riferirsi rispettivamente alla primavera e all’autunno. Col tempo vennero abbreviati semplicemente in spring e fall e i primi coloni inglesi si trasferirono in America portando con sé l’utilizzo del termine fall, che si impose fino a diventare quello più comune. Nella madrepatria cadde invece in disuso, fino a diventare una parola desueta e percepita come arcaica.
Se, come abbiamo visto, il primo termine deriva dal latino e significa “aumentare-arricchire”, il secondo deriva dall’indoeuropeo “phol”, cadere.
La differenza non è affatto banale. Due modi diversi e quasi opposti nella visione della realtà di una stagione, se col primo termine si glorificano le messi e il raccolto, col secondo ci si concentra sugli aspetti più malinconici del periodo: il tramonto, la caduta delle foglie, il piombare improvviso del buio, del freddo, dell’austerità.

Se la palma dei più poetici se la aggiudicano, senza grandi sorprese, i giapponesi, li vedo già intenti a riporre il ventaglio che non serve più e a godersi la nuova frescura, fa un po’ specie pensare agli inglesi, ai francesi, agli spagnoli e ai rumeni accomunati da una visione fiduciosa e prospera dell’autunno. Tutti lì ad affondare le mani nella ricchezza del raccolto lasciato dall’estate.
Ma soprattutto fa strano che gli americani, che nel nostro immaginario sono sempre immotivatamente ottimisti e col sorriso smagliante sempre stampato in faccia, siano praticamente gli unici che linguisticamente hanno una visione nera e mortifera di questo periodo dell’anno. Una sorta di nichilismo stagionale che però dura giusto il tempo di preparare un dolcetto o uno scherzetto e ingrassare il tacchino per il giorno del Ringraziamento. Giusto quelle due o tre settimane prima di tornare a fare l’America grande, ancora.

Linda Ronzoni
Direttrice Creativa Il Lazzaretto

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Questo articolo è stato scritto da Federico Basile

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