Val, Pestifera #03

L’occhio giallo è appoggiato sul filo dell’acqua torbida. Tutto attorno il fiume è immobile e silenzioso. All’improvviso la palpebra sbatte due volte sull’occhio vacuo, giallo-grigio, giallo-grigio, un’intermittenza.
Giro la testa di scatto, il piccolo movimento attira la mia attenzione che vagava verso l’orizzonte, i miei sensi già all’erta schizzano impazziti. Due secondi. La percezione che raggiunge il pensiero: è l’occhio di un coccodrillo!

Due secondi, nemmeno il tempo di capire, e la coda enorme da dinosauro sbatte con violenza sul fondo della mia canoa. Un-due, come una scazzottata in rapida sequenza. I suoi occhi ora sono veloci, l’iride una linea nera verticale. Mi aggrappo a un ramo che sporge sopra al fiume, la canoa si gira: vedo il rosso dello scafo ribaltato, la bocca del coccodrillo spalancata sotto di me, la mia bocca spalancata che urla, la morsa precisa dei suoi settanta denti sulla gamba sinistra. Conficco le unghie nella corteccia per provare a tenermi ma con uno strattone mi scaraventa giù in acqua. Si ferma, allenta il morso e io provo a scappare via ma lui stringe con più forza e mi fa roteare per tre volte, spingendomi in profondità. Il giro della morte lo chiamano. La mossa dei coccodrilli per stordire la preda.

Coi polmoni pieni d’acqua, senza più sapere qual è il sopra e qual è il sotto, attendo solo che lui passi alla fase finale, aspetto di essere triturata e infine deglutita a grossi bocconi. Ma poi una forza inaspettata mi scuote dalle viscere e scalcio con forza, picchio lo scarpone della gamba libera sulla sua testa e mi dimeno e lotto. Urlo di rabbia, ribollendo sottacqua, ma come ti permetti? Eh no bello, non è così che deve andare, io non posso essere il tuo pasto di oggi! Sono un essere vivente superiore!

Sotto alle mani sento il fango della riva scoscesa del fiume, continuo a dare calci con tutta la forza che ho in corpo, non mi arrendo, mi aggrappo a una radice, mi strappo urlando e riesco a uscire dall’acqua e corro finchè l’adrenalina lascia il posto al dolore e cado per terra, gattono, poi striscio urlando. Aiuto aiuto aiuto! 

Sono in un letto nell’ospedale di Darwin. È passato un mese da quel 19 febbraio e ancora fatico a mettere in sequenza gli eventi. So solo che volevo esplorare il fiume con la mia canoa e sono ripartita da sola dopo una sosta e mi sono messa a pagaiare in direzione del fiume East Alligator.
Poi ho solo flash. L’occhio giallo, i denti, la morsa alla gamba, l’acqua ingollata a litri, il cuore che sta per esplodere, il sangue ovunque, il dolore da far sragionare, la giungla sopra alla mia testa e poi il ranger che chiama nella mia direzione e io che vedo nero e svengo. Poi scoprirò che avevo un osso fuori dalla gamba, ferite e lacerazioni su tutto il corpo. Ho subito decine di interventi e innesti cutanei. Ma sono sopravvissuta. Sopravvissuta al più grande predatore ancora vivente.

Ed ora eccomi qua, la filosofa, l’eco-femminista, pubblicazioni su pubblicazioni per spiegare come la logica del dominio umano sulle altre specie viventi sia il prototipo di ogni tipo di sfruttamento e disuguaglianza sociale.
Sono la brillante pensatrice che si è battuta per un rovesciamento culturale della prospettiva antropocentrica: l’uomo non più collocato alla sommità della gerarchia dei viventi ma come una parte nel Tutto.
Poi arriva quel coccodrillo e si comporta, appunto, come se non ci fosse alcuna differenza tra i viventi: ieri rane e carogne, oggi la filosofa: la mia morte non è più significativa di quella di un anonimo pesce. Selvaggina saporita in un mondo che non fa alcuna eccezione per me, in quanto appartenente a una specie di scimmie evolute. Un mondo implacabile, un mondo d’ingiustizia, d’indifferenza e di sinistra necessità dove la carne è carne e la differenza è di gusto ma non di sostanza.

Sapevo di essere cibo per coccodrilli; che il mio corpo, come il loro, era carne. Ma in realtà non lo sapevo, e respingevo nel modo più assoluto un’idea simile. Senza fiato in quel momento realizzavo, incredula, che una creatura potente può ignorare il mio statuto privilegiato e cercare di mangiarmi. Nel momento in cui quelle mandibole potenti si sono chiuse su di me, ho avuto la sensazione che quanto stava accadendo era assolutamente inconcepibile, che c’era in qualche modo un errore, uno scandalo di carattere etico.
È inconcepibile che un essere umano sia preso per una preda, un’aberrazione per quel sistema di valori contro cui tanto ho combattuto.

Dal mio letto d’ospedale sono arrivata alla convinzione che l’essere umano non è diverso dalle altre specie viventi: come l’uomo non può concepire il fatto di diventare cibo di un altro animale, allo stesso modo nessun’altra specie vuole diventare il cibo di un’altra, tutti gli animali vogliono essere di più che una semplice preda, più che semplice cibo. La nostra cultura ci ha portato a credere che quelle umane siano le uniche biografie degne di nota ma dobbiamo ripensare la vita umana in termini ecologici e anche ripensare la vita non umana in termini etici. Siamo apparentati con quello che mangiamo e che, di converso, a volte ci mangia. Facciamo parte della natura. Siamo cibo per altri viventi; siamo uno dei tanti ingranaggi che fa funzionare l’ecosistema.

Non avevo mai veramente cessato di pensare di essere padrona dell’universo, di pensare di essere in cima alla scala, di credermi speciale, più evoluta, più complessa.
Fino a che non sono stata una preda nell’occhio giallo di uno dei più antichi esseri sulla terra.
Fino al morso del coccodrillo.

Val Plumwood (11 agosto 1939-29 febbraio 2008)

È stata una filosofa ed ecofemminista australiana nota per il suo lavoro sull’antropocentrismo. Dagli anni ’70 ha svolto un ruolo centrale nello sviluppo dell’ecosofia radicale. Lavorando principalmente come studiosa indipendente, ha ricoperto incarichi presso l’Università della Tasmania, la North Carolina State University, l’Università del Montana e l’Università di Sydney.

È considerata tra i cinquanta pensatori chiave sull’ambiente.

Tra il 1972 e il 2012 è autrice o coautrice di quattro libri e oltre 100 articoli su logica, metafisica, ambiente ed ecofemminismo. Il suo Feminism and the Mastery of Nature (1993) è considerato un classico e il suo Environmental Culture: The Ecological Crisis of Reason (2002) l’ha confermata come “uno dei più brillanti pensatori ambientali del nostro tempo”.

The Eye of the Crocodile (2012), pubblicato postumo, è il racconto dalla sua sopravvivenza a un attacco di coccodrillo di acqua salata nel 1985, all’interno del parco nazionale di Kakadu in Australia, patrimonio mondiale dell’UNESCO.

In questo luogo sarà girato nello stesso anno Mr.Crocodile Dundee.

La canoa rossa di Val Plumwood è ora al National Museum of Australia.

Categoria:

Questo articolo è stato scritto da Federico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *